Il re è morto, lunga vita alla Leggenda

Fedor Emelianenko (38-6) sembra aver dato il suo canto del cigno molti anni fa. Per questo motivo il match contro Ryan “Darth” Bader (27-5) non può essere considerata la vera fine del suo regno.

Fedor Emelianenkonon si metteva alla prova da anni, prima dell’approdo in Bellator. Una promotion che senz’altro nelle categorie più alte (già di per sé prive di talenti assoluti) stava soffrendo la mancanza di veri e propri fenomeni ed anche di trascinatori del pubblico.

Si scrive Fedor, si legge MMA

Fedor Emelianenko arriva in Bellator come una manna dal cielo, pronto a riconquistare il cuore di molti tifosi (e a riempire le tasche dei dirigenti). L’esordio però non è dei migliori: viene sconfitto da un Matt Mitrione in stato di grazia e con la fame di un fighter alle prime uscite, in un match eccitante nel suo svolgimento: i due si colpiscono l’un l’altro con un diretto al volto, accusato da entrambi, “Meathead” si rialza per primo e conclude il lavoro in ground and pound.

Ma va già meglio nelle successive due uscite per Fedor: riesce ad imporsi prima su Frank Mir e poi su Chael Sonnen. Affrontare un fighter del calibro di Ryan Bader, che in UFC aveva messo a segno uno score di 15 vittorie e 5 sconfitte ed in perenne lotta contro ogni top 5 per entrare ed uscire dalle top 3 nel corso degli anni, rappresentava però un’impresa decisamente diversa.

Appena entrato in Bellator, l’allora trentaquattrenne Bader, aveva messo a segno quattro vittorie consecutive senza mai perdere ed esprimendo prestazioni sempre in crescendo. Grappler eccezionale dalle mani d’acciaio, Bader aveva dimostrato di poter creare difficoltà praticamente a chiunque in ogni fase del combattimento, quando in serata.

La serata contro Fedor Emelianenko, quella numero 214 per Bellator, gli ha consegnato la vittoria contro un idolo della sua gioventù e soprattutto il titolo dei pesi massimi Bellator che, visto il livello generale della categoria, sembra poter rimanere nelle mani dello statunitense per molto tempo. L’incontro è stato brevissimo: poco più di trenta secondi e due pugni ben assestati (un gancio mancino e un colpo in ground and pound) per laurearsi campione di due divisioni Bellator, il primo.

Il ritorno dell’Imperatore

Dopo tre anni di stop nel 2012, l’Ultimo Imperatore si era fatto convincere a tornare a calcare i palchi. Incontri di comodo, per lo più, come quello contro Jaideep Singh all’evento di capodanno 2016 a Rizin FF, o quello che sulla carta doveva essere un match facile, ma che si è trasformato in una gara di sopravvivenza nella sua Russia contro Fabio Maldonado a EFN 50 nel giugno 2016, nel quale ha strappato una vittoria poco convincente, per non dire assolutamente generosa. L’avvento in Bellator è avvenuto subito dopo.

Un Emelianenko lontano dai vecchi fasti, dalla verve che lo contraddistingueva, dalla freddezza a cui ci aveva abituato, dal timore reverenziale col quale lo affrontavano i suoi avversari.
Fedor ha perso quel senso di glacialità che immobilizzava i suoi avversari, quella peculiarità più unica che rara, che gli ha consentito più di una volta di tornare dal regno dei morti (i match contro Kazuyuki Fujita e Kevin Randleman ne sono un esempio palese), risorgere, ed arrivare alla vittoria grazie all’abnegazione ed al suo sesto senso all’interno di ring e gabbie.
Fa il suo ritorno in Bellator invece un fighter poco più che normale, per quanto nella carriera di Fedor Emelianenko la parola “normale” possa essere legata soltanto al suo periodo post-Pride e pre-Strikeforce.
Fa il suo ritorno in Bellator un uomo segnato da Padre Tempo, l’imbattibile, e dalle mille battaglie sostenute.

L’eredità di Fedor

Ho sempre storto il naso quando si è parlato di Fedor come il più grande di ogni tempo.
Primo, perché non esiste il più grande di ogni tempo, al massimo si può indicare un più grande per ogni generazione di fighter.
Secondo, non meno importante, per la salvaguardia della propria legacy proprio nell’epoca post-Pride, con conseguente affondo in Strikeforce.

Fedor però, indiscutibilmente, è stato il più grande nell’epoca Pride, un’epoca nella quale lo sport non era ancora ben definito ed in fase di modellazione; gli uomini più pericolosi al mondo erano presenti nella federazione giapponese, facendo a spallate per affrontarlo.
Vittorie su fighter del calibro di Minotauro Nogueira (x2), Andrei Arlovski, Tim Sylvia, Mark Hunt, Mark Coleman (x2), Mirko CroCop, Kevin Randleman, Gary Goodridge, Heath Herring, Semmy Schilt, Renato Sobral, Ricardo Arona (quest’ultima per quanto discussa) rendono Emelianenko non solo il fighter più longevo nell’imbattibilità nel Pride FC (14 vittorie ed un NC contro Minotauro Nogueira), ma un’autentica leggenda, simbolo di imbattibilità nel corso degli anni 2000.

Fedor Emelianenko è stato senz’altro un precursore delle moderne MMA, uno di quei fighter che hanno avuto il coraggio di rimettersi in gioco, per quanto avessero più da perdere che da guadagnare (in termini di legacy e non economici), un esempio per la maggior parte delle persone, fighter e non, che guardano o praticano MMA.

Un simbolo, un’icona, il punto d’arrivo.
La realizzazione del sogno. La personificazione delle MMA nell’immaginario collettivo fra gli anni 2000 e i ’10.

È per questo che, regno chiuso o meno, guantini a terra o portati a casa ancora una volta, Fedor è e sarà sempre quell’esempio indiscutibile, quella conoscenza imprescindibile che chiunque discuta di MMA deve avere ben fissa in mente.
Fedor è e sarà sempre l’Ultimo Imperatore.

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