A Predator’s Rebound – Francis Ngannou è ancora qui

Quanto tempo si impiega a dimenticarsi delle capacità demolitrici di un combattente a seguito di poche prestazioni opache?

Poco, e lo sa bene Francis Ngannou, peso massimo franco-camerunense che avrebbe dovuto affacciarsi alla consacrazione nell’anno di grazia 2018, ma che invece ha trovato delle pillole dure da mandare giù, ma necessarie per la sua crescita.

Francis ha solo 32 anni, un’età sotto la media se confrontata a quella appartenente alla categoria dei pesi massimi.
A seguito di sei vittorie consecutive ottenute in UFC fra il 2015 e il 2017 (una media di match disputati comune, ma dal ritmo costante), un periodo molto felice che lo ha visto imporsi su fighter del calibro di Luis Henrique, Curtis Blaydes, Andrei Arlovski ed Alistair Overeem, Ngannou aveva chiesto a gran voce la chance titolata, dicendo di sentirsi pronto, di essere finalmente in grado di affrontare Stipe Miocic, nonostante i ripetuti richiami alla pazienza da parte del suo coach, il quale vedeva ancora delle lacune da sistemare nella strategia del Predator.

Ngannou però ha colto l’occasione e il 20 gennaio di quest’anno ha affrontato Stipe Miocic, scontrandosi contro il duro muro della realtà.

Il franco-camerunense ha sacrificato tutto nel corso del primo round per provare a schiantare in maniera precoce quello che probabilmente è stato strategicamente il miglior Miocic mai visto nell’ottagono. Il pompiere di Cleveland ha fatto sfogare il suo avversario, ha incassato i colpi evitando quelli fatali ed ha imposto il proprio grappling ad un Ngannou praticamente inoffensivo dalla seconda alla quinta ripresa.

Francis sa cos’è che non va.

Tenta sette mesi dopo, a luglio, di mostrare a tutti i propri miglioramenti. Va incontro a quella che probabilmente è la sconfitta più umiliante della sua carriera, figlia della paura della potenza del suo avversario, Derrick Lewis.

In realtà entrambi i fighter hanno rispetto reciproco per la rispettiva potenza ed offrono un match dal ritmo molto blando, noioso da vedere e qualitativamente pessimo. Basta pensare che al termine dei tre round, Lewis aveva superato Ngannou nei colpi significativi, appena 20 a 11, che poi è anche la conta dei colpi totali.

Ngannou avrebbe poi detto che l’origine dei suoi problemi è di natura psicologica, ma in molti avevano già dimenticato la potenza del gigante africano, concentrandosi (com’è giusto) su altri pesi massimi in ascesa e sull’affascinante superfight che avrebbe visto affrontarsi Daniel Cormier e Stipe Miocic nello stesso evento in cui Lewis superò di misura Francis. Ma un fighter di questo rango non perde le proprie abilità in una notte. Il rematch contro Curtis Blaydes mette Ngannou davanti ad un bivio: è gloria o oblio.

Risalita o baratro.

Se Ngannou è reduce da due sconfitte consecutive, Blaydes è reduce invece da una striscia positiva di quattro vittorie, tre delle quali contro nomi più che importanti: Aleksei Olyinik, Mark Hunt, Alistair Overeem.

L’ultima sconfitta l’aveva subita proprio contro l’unico uomo che l’aveva battuto in carriera: lo stesso Francis Ngannou che sta andando ad affrontare, prima di mettere a segno una vittoria ed un No Contest.

La risoluzione del match fu poco convincente: a seguito dei colpi subiti, l’occhio di Blaydes gonfiò fino a non permettergli di aprirlo. Al che i medici stopparono l’incontro al termine della seconda ripresa, decretando il KO tecnico fra le proteste di Razor.

È quindi chiaro che, con Blaydes al terzo posto e Ngannou al quarto, una vittoria significativa può aprire ancora una volta le porte della chance titolata ad entrambi, Miocic permettendo. Ma anche stavolta, l’epilogo è straniante.

Nel rosso cuore di Beijing, bastano 45 secondi a Ngannou per bloccare un tentativo di takedown di Blaydes, infliggergli un leg kick devastante che sembra portarsi dietro il carico emozionale della frustrazione subita nei match passati, poi accorciare le distanze e mettere un jab-overhand che passa sulla guardia del suo avversario, schiantandosi sulla testa.
Blaydes barcolla. Si rimette in piedi, è in panic mode, cerca di rimanere nel match, ma la tempesta di colpi arriva da tutte le parti.

Ganci, montanti, spinte verso la gabbia e tutta la furia cui Ngannou ci aveva abituato esce fuori, cristallina, pura, come ce la ricordiamo. È un’epifania, un attimo. È di nuovo Ngannou.

“Trust me, I’m back”

Ovvero “Credetemi, sono tornato”. E chi dubita?
I limiti di Ngannou sono sempre quelli mostrati, con tutta probabilità: una difesa poco più che sufficiente a terra, il cardio da vero massimo che trasporta massa muscolare e peso.

Ma a fare da contraltare ci sono la potenza più esplosiva dell’intera divisione, la tecnica sublime che è facile perdere quando si sposta così tanto peso, lo sharpshooting nel centrare gli avversari, il grande timing dallo stand-up, la solita arcigna difesa dai takedown.

Stoppare i takedown di Blaydes non è semplice, lo abbiamo visto nei suoi ultimi match, fermarlo è un’impresa. Ngannou però l’ha fatto sembrare un gioco da ragazzi.

Blaydes è un grappler mostruoso. Un fighter che riesce ad imporsi grazie a grande tecnica ed immediatezza nei takedown, una gestione ottimale del peso da terra ed un ground and pound feroce e costante.

Nei primi minuti del match però è Francis ad essere il fighter più pericoloso di categoria. Con una preparazione atletica adeguata, il Predator rimane sicuramente il fighter più pauroso dell’intera categoria.

Non il più intelligente.
Non il più dotato atleticamente.
Non il più pericoloso in ogni campo.

Ma il più potente.
Il più esplosivo.
Il più spaventoso.

La chiusura dell’anno 2018 per Ngannou è stata – fortunatamente per lui – agli antipodi rispetto all’apertura. Cosa dobbiamo aspettarci da un fighter del genere?

Dobbiamo aspettarci miglioramenti nella condizione atletica, maggior interesse alle aree del combattimento che lo vedono meno protagonista, concentrazione e focus mai visti prima.

Forse abbiamo visto il miglior Ngannou. Ma il miglior Ngannou ha già dimostrato di potersi ripetere.

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