La redenzione del piccolo brasiliano

È finito. Non ha più nulla da dire. McGregor l’ha spezzato. Holloway gli ha preso l’anima.

Una striscia vincente durata otto anni. Un uomo, un eccentrico e dotato irlandese arrivato per distruggerla. La mancata accettazione della sconfitta. Poi gli alti e bassi, fra campioni celestiali del calibro di Max Holloway e match di reazione, come quello appena vinto contro Jeremy Stephens. In carriera Jose Aldo, a fronte di 31 match disputati, conta 27 vittorie e 4 sconfitte, all’età di 31 anni.

A 31 anni è complicato nel mondo delle MMA dare un fighter per finito, salvo casi fisici evidenti, come può esser stato Shogun Rua. Per Jose Aldo il problema è stato diverso. Anzi, i problemi sono stati diversi. Non si sa reinventare, gli serve un nuovo camp, è statico, è scolastico, è superato, è vecchio (stilisticamente parlando).

Ma un campione è un campione e se domini per otto anni una categoria, non può essere un caso.

Jose Aldo ha avuto a che fare con i suoi demoni per troppo tempo e la catarsi raggiunta col TKO di Jeremy Stephens, in una notte per lui magica che lo ha visto tornare alla vittoria per finalizzazione dopo ben 5 anni, deve aver depurato la sua anima dalle pulsioni negative accumulate negli ultimi 3 anni. Lo Sfregiato non è certo l’ultimo arrivato, è un fighter esperto e ben costruito, un fighter che ha dominato la categoria per anni.

Se anche è evidente il cambio generazionale, non tutti coloro che pensavano di aver vita facile con Aldo possono vedere i propri sogni realizzati. È il caso di Jeremy Stephens, affondato, spezzato in due, sfiancato dalla pulizia tecnica di Aldo che, come al solito, non ha mai alzato il ritmo ed ha gestito benissimo l’incontro.

Non è un caso che i suoi avversari peggiori siano i combattenti che fanno del ritmo alto il loro punto di forza.

È stato il caso di Max Holloway, non certo quello di McGregor, più intelligente, preciso e veloce del brasiliano nell’occasione in cui si sono scontrati.
Jeremy Stephens era convinto di poter schiacciare Jose Aldo. Una convinzione maturata dall’esito positivo degli ultimi match, nei quali ha fatto sue le vittorie contro Gilbert Melendez, Doo Ho Choi e Josh Emmett, striscia positiva realizzata dopo aver perso per decisione non unanime contro Renato Moicano. Per Stephens è appena il secondo KO subito in carriera, dopo quello patito contro Yves Edwards ben 6 anni fa a UFC on FOX 5. Il piccolo pagano si è fatto sempre rispettare, anche nella sconfitta. I nomi noti sul suo curriculum sono tantissimi e la sicurezza e l’esperienza acquisite con gli anni gli hanno conferito la certezza di poter sconfiggere l’ex dominatore di categoria.

Per Aldo però, era un fatto diverso.

Era un match da dentro o fuori. Era un match che decideva se il brasiliano sarebbe stato ufficiosamente il prossimo gatekeeper o il terzo incomodo con qualche chance di inseguire ancora quel titolo perso, reso vacante, riconquistato contro un altro avversario e poi ancora ceduto al campione hawaiano della nostra generazione.

Jose Aldo non ha perso la concentrazione, non ha pensato al suo record in negativo nelle ultime uscite, né alla potenza e alla condizione con cui si presentava Stephens. Jose Aldo è entrato in gabbia per lasciare tutto.

E l’ha dimostrato nei primi scambi nei quali Stephens voleva imporre la propria potenza: Aldo ha incassato, ha subito anche un montante pericoloso al mento, ma non ha mai vacillato.

Ha subito dei buoni leg kick, ma li ha restituiti con la ferocia che lo contraddistingue. Non si è tirato indietro davanti agli scambi selvaggi, ha mandato a vuoto Jeremy ed è rientrato. Voleva dimostrare, probabilmente più a sé stesso che agli addetti e al pubblico, di essere ancora Jose Aldo.

I movimenti di testa di Stephens hanno messo un po’ in difficoltà il brasiliano, che si è dovuto adattare a non colpire solo con ganci e colpi dritti, ma a cambiare angolazioni, ad indietreggiare in diagonale, piuttosto che col classico passo avanti/passo indietro. Si è dovuto evolvere un minimo per affrontare in maniera sicura il piccolo pagano. Con il colpo definitivo a un minuto dal termine del primo round, un colpo al fegato tremendamente preciso ed esplosivo, Aldo ha ristabilito delle gerarchie che parevano essersi incrinate.

Ammirevole anche la gestione al tappeto; Aldo ha guadagnato benissimo la posizione, tenendo la mezza guardia e non freezando il match come invece ci aveva abituato: ha colpito in ground and pound, ha cercato subito la testa di Stephens ed ha messo la parola fine ad un match che tre anni fa non avrebbe visto dubbi da parte di nessuno, ma che oggi, comprensibilmente, vedeva il brasiliano dal lato degli sfavoriti.

Una menzione d’obbligo va fatta all’augurio di pronta guarigione verso Max Holloway, il campione che “merita d’essere tale” secondo Aldo che pare, a seguito di questa vittoria e dell’accettazione delle passate sconfitte, di aver raggiunto la serenità e la redenzione che cercava da molto tempo.

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