The Semento Cure – Intervista a Carlo Pedersoli jr.

Carlo Pedersoli jr. in data 28 aprile affronterà il forte Nicolas Dalby, fighter ex UFC che riuscì a strappare un pareggio a Darren Till. Il match avrà luogo a Gothenborg, Svezia e Carlo avrà davanti la prova più difficile della sua carriera in occasione di Cage Warriors 93. Ci siamo sentiti recentemente e “Semento” è stato molto disponibile, rispondendo ad ogni domanda che gli è stata posta.

Giovanni Bongiorno: Nicolas Dalby è un avversario molto tosto, un ex UFC che ha pareggiato con Darren Till. Come ti senti in merito e quale sarà il tuo game plan per sconfiggere Dalby, nella tua prova più importante finora?

Carlo Pedersoli jr.: Il mio sarà il solito game plan: entrerò lì consapevole dei miei mezzi e di quelle che sono le mie doti e le mie capacità. Le metterò in atto senza modificarle in base a quello che è il mio avversario. Fra me e lui ci sarà uno scontro di tecniche. Chi è il migliore lo dimostrerà al Cage Warriors. Sono pronto ad utilizzare le tecniche che ho sempre utilizzato, senza modificarle per nessuno.

GB: Hai un accordo con Reebok Italia. In caso di vittoria, questo potrebbe essere d’aiuto per ottenere anche un contratto UFC?

CP: Beh, sicuramente è qualcosa di utile che potrebbe dare una mano, sì.

GB: Sei uno dei pupilli del Gloria Fighting Center. Chi è il tuo sparring partner preferito?

CP: Con Alessio (Di Chirico, ndr) riusciamo a dare il meglio, ci conosciamo a memoria, lavoriamo sui nostri errori e in fluidità senza farci male, che poi è la cosa più importante secondo me.

GB: Sei classificato quarto nel ranking di MMA Ranking Italia, ma hai più volte asserito di sentirti il numero uno. Chi ti piacerebbe affrontare fra gli atleti classificati sopra di te?

CP: Mi sarebbe piaciuto affrontare Melillo ad ACB, ma lui non ha accettato. Non ho nulla contro di lui, non credo si sia tirato indietro, ma io ho la coscienza a posto. Ha scelto una strada diversa, purtroppo la prima volta il match è saltato a causa del mio infortunio, ma io ho accettato anche successivamente. È l’unico che mi sarebbe piaciuto affrontare. Gli altri sono ottimi atleti, ma non ho alcun interesse nell’affrontarli.

GB: Il tuo è un nome importante, Carlo Pedersoli jr., verosimilmente, risultati palesi a parte, quali vantaggi o, eventualmente, imprevisti ti ha portato il tuo nome essendo nipote d’arte? Certe domande magari ti avranno stancato, ma risultano doverose. Che ricordi conservi di tuo nonno Bud Spencer, ti infastidisce essere sempre identificato come “il nipote di Bud”?

CP: No, assolutamente no. Ho un ricordo bellissimo di mio nonno, lo porto sempre nel cuore. Ricordo benissimo cosa mi diceva circa lo sport, i consigli che mi dava. La parte sportiva è quella che mi porto più dentro. E per me è e sarà sempre un onore essere il nipote di Bud Spencer. Nessun problema per me.

GB: Cage Warriors è una piazza importante, idealmente il trampolino di lancio per UFC. Nel caso in cui dovessi entrare nella miglior promotion al mondo, dove ti vedresti dopo un anno?

CP: Dopo un anno, mi vedrei in Top 20. Per la Top 15 un anno è poco, ma Top 20 sì.

GB: Chi è stato il tuo idolo nelle MMA da ragazzino?

CP: Sicuramente Anderson Silva e ultimamente Conor McGregor. Ma anche Alan Jouban e altri fighter meno famosi. Mi piace anche Rory MacDonald. Ci sono vari fighter anche di minore importanza a cui mi ispiro.

GB: Allenandoti con Alessio Di Chirico e con un coach di livello altissimo quale è Lorenzo Borgomeo, quanto senti che siano importanti loro ogni giorno nella tua preparazione?

CP: Fondamentali. Avere un coach del genere è qualcosa che ti cambia la vita sportiva. Da quando l’ho conosciuto, sono riuscito a concretizzare sei vittorie consecutive, questo è per me un traguardo importante.

GB: Torniamo a Melillo. È un incontro che conti di recuperare?

CP: Mi sarebbe piaciuto. Purtroppo non c’è stato modo, ma mi sarebbe piaciuto. Adesso diventa difficile perché dipende da che strade prendono le nostre carriere. Ma sicuramente un match che mi piacerebbe fare.

GB: Il tuo management è il Tough Media Inc., che segue atleti di livello internazionale, fra cui Anderson Silva. Cosa puoi dirci in merito? L’incontro con Dalby dovrebbe essere una chiara traccia sui progetti futuri.

CP: Jorge Guimaraes è  a capo del management, ma questo match non è stato trovato da lui, ma da un manager italiano: Luca Bartoletti. Abbiamo accettato questo match perché era da troppo tempo che ero fermo, quindi ho deciso di andare a prendermi il primo posto senza dover aspettare che si presentasse l’occasione. Volevo prendermi lo spot entrando di prepotenza.

GB: Un messaggio piuttosto chiaro verso l’intera categoria dei welter internazionale. Un trampolino di lancio.

CP: Assolutamente sì, lo sfrutterò al meglio.

GB: Una curiosità: girava voce che avessi richiesto il cambio di bandiera sulla locandina di CW 93. Hai richiesto la bandiera italiana in sostituzione di quella statunitense?

CP: Assolutamente sì. Ho richiesto la bandiera italiana perché mi sento più italiano che statunitense. Sono anche cittadino americano, ho il passaporto statunitense, ma mi sento italiano e ho richiesto il cambio di bandiera. È la bandiera italiana, quella che deve stare su di me.

GB: Un frequente spunto di discussione nel mondo delle MMA italiane è la necessità degli atleti di andare a preparare i camp all’estero. La mentalità è un po’ divisa, c’è chi sostiene la necessità di andare, ad esempio, negli Stati Uniti, e chi invece suggerisce la preparazione “in casa”. Tu come la pensi e nello specifico per il match con Dalby come ti stai regolando col tuo training camp?

CP: Io ho preparato questo match totalmente in Italia, in poco tempo. Ho accettato il match con due settimane di preavviso. Non è un match che sapevo di dover fare da tempo. Mi sento pronto e ho deciso di andare a fare questa impresa fuori casa. Mi alleno in Italia da anni, senza camp all’estero. L’ultimo camp è stato fatto un anno fa in Giappone. Io parto, ma non vado esclusivamente per allenarmi, mi piace viaggiare e sfruttare l’occasione per allenarmi in altri posti. Non credo molto nei training camp all’estero: per allenarsi, bisogna avere delle comodità che solo il tuo luogo d’appartenenza può darti.

GB: Penso che la familiarità col posto in cui ci si allena è fondamentale. Si sente spesso dire che un atleta “avrebbe bisogno di cambiare aria”. A mio avviso invece è molto importante che un atleta si trovi assolutamente a suo agio nel posto in cui si allena, soprattutto mentalmente parlando. Cosa ne pensi?

CP: Fondamentale. Avere il tuo medico, il tuo ortopedico, il tuo nutrizionista, il tuo fisioterapista, una palestra di fiducia, tutto fondamentale. Trasferirsi in America vorrebbe dire aumentare i costi e con questo sport difficilmente ci si vive, se non a livelli altissimi. Se sei il numero uno in UFC puoi trasferirti.

 

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