Il Pompiere paura non ne ha

È con un famoso coro da stadio che voglio aprire questo pezzo che tesse le lodi di Stipe Miocic.

Il Macellatore Croato. The Baddest Man on the Planet. Chiamatelo un po’ come volete, Stipe non ha un soprannome ufficiale, ma ha delle indiscutibili qualità che lo rendono il massimo più completo e pericoloso dei giorni nostri.

Come disse a suo tempo, in maniera molto azzeccata, il mio sparring partner Gianluca, Stipe Miocic ha una qualità molto importante: riesce a mettere a nudo i difetti degli avversari e a sfruttarli a proprio vantaggio.

Overhand di Miocic

Stipe Miocic trova il glitch in Matrix.

Stipe Miocic ha trovato il glitch in Francis Ngannou. Il Predator. Il mostro che sembrava non avere difetti. E invece ne ha almeno due, netti. E questo lo sappiamo grazie a Stipe, il campione più intelligente che si sia visto nei massimi, nonché esempio di dedizione e determinazione. Cosa si fa contro l’uomo che ha dimostrato d’avere il pugno secco più forte del mondo e che vanta 10 kg in più del suo avversario?

Stipe è concentrato: fa girare Ngannou per l’intera durata della prima ripresa. Si fa inseguire, accenna qualche colpo in counterstriking modello vittoria su Werdum, ma non si scompone tanto da cadere vittima dei macigni del camerunense. Subisce qualche colpo, nessuno fatale, ma rimane attento, sveglio.

Acceso.

Al termine del primo round Francis Ngannou è già esausto. Anche Stipe è stanco, ma non è abbattuto, anzi. Probabilmente ha trovato il glitch.

Miocic raggiunge Ngannou al volto

Cardio, in primis.

Un mostro a cui si regalano 10 kg di vantaggio deve per forza stancare prima, a parità d’allenamento. Porta una massa maggiore, muove un peso più grande, sorregge un fisico enorme. Ha più potenza, più esplosività, più forza. Ma meno cardio, meno mobilità. È da qui che si parte. Ngannou è stato irruento, feroce, ha cercato la risoluzione veloce. Ha anche difeso i primi takedown di Stipe, ma ha sacrificato tutte le sue energie, o quasi, nel corso della prima ripresa.

Difesa dai takedown, in secondo luogo.

La tecnica nello striking di Ngannou è pressoché perfetta per un peso massimo. Allarga le gambe, si piazza, colpisce con una violenza inimmaginabile. Allarga le gambe. Stipe non spende molto tempo a prendere misure e timing al colosso africano. L’unica cosa da fare è, appunto, evitare i primi scambi. Osservare bene. Poi mettere a segno il gameplan.

Perché siamo qui, Stipe?

Miocic sa che la notte di UFC 220 è la sua notte. La notte del record di difese titolate nei massimi. Un traguardo mai raggiunto prima. Da nessuno. Bisogna mantenere la freddezza che lo contraddistingue. La determinazione che lo ha condotto dov’è ora.

“Look at me!”, gli dice il suo secondo, suggerendo consigli all’angolo e richiamandolo all’attenzione. Andato il primo round, il resto è – più o meno – in discesa. Stipe piazza atterramenti a proprio piacimento. Alla fine saranno 6 su 14, quelli a segno.

200 colpi totali a 33. 70 colpi significativi a 21. 6 atterramenti a 0. Un quarto round dallo sconcertante risultato di 82 colpi a 0. In qualsiasi modo la si guardi, Stipe Miocic si è imposto sul Predator Francis Ngannou. Ha girato, ha schivato, ha messo a segno gli atterramenti. Ha lavorato con un ottimo ground and pound. Il suo ritmo è stato quello giusto e lo ha dettato per tutto il match. Ha imposto il proprio grappling, costringendo il Predatore camerunense a rimanere schiena a terra e subire.

Ha messo a segno il record di difese titolate nella categoria dei massimi dell’intera storia UFC. Siamo stati fortunati testimoni dell’ennesima prestazione di determinazione e intelligenza del dominatore dei pesi massimi.

Cosa, di più?

Di più, niente.

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