Una pillola amara

Sarebbe potuta finire benissimo così anche in un match a 205 libbre.

Non voglio creare illusioni, ma stimolare un ragionamento. Alessio Sakara in gabbia non c’è entrato al massimo della forma. L’aspetto cadaverico con cui si è presentato alla cerimonia del peso ha parlato per lui. L’ex UFC che rifiutò l’ennesimo taglio del peso e si impose di combattere a 93 kg risultando, seppur con avversari non d’élite, molto più fresco e pronto, è tornato nella categoria delle 185 libbre, solo per constatare che la scelta migliore in quella categoria, era stata quella di lasciarla.

Alessio Sakara ha mani pesanti e un bel footwork. La sua guardia è solitamente ben chiusa, salda e favorisce i buoni movimenti di busto proteggendo bene le parti esposte. Il suo pugilato è ottimo, e l’atleta capitolino ha saputo mutuarlo perfettamente e renderlo capitano di un gameplan che basa i suoi punti di forza proprio su uno stile pugilistico reso funzionale ai fini dell’ottagono.

Rafael Carvalho è un trattore. Un MMA fighter moderno, un carro armato completo, non super creativo, ma totale in ogni aspetto del combattimento: ottime combinazioni di braccia, buon colpo singolo, grande esplosività nelle gambe.

Sakara è andato giù in una manciata di secondi.

Un circolare al fegato – organo sicuramente non rifocillato da un taglio del peso estremo – ha fatto il suo effetto praticamente subito, paralizzando il Legionario e inseguendolo fino a metterlo spalle alla gabbia. Jab, diretto, poi una ginocchiata e una gomitata che lo hanno fatto stramazzare al suolo.

Il fisico di Alessio Sakara ne ha passate tante. Il taglio del peso è sempre stato un suo nemico, i suoi reni ne hanno subito il danno maggiore anni fa, facendogli rischiare il blocco.

Alessio ha 36 anni e in tutta la carriera non lo avevo mai visto così.

Non posso assicurare che il risultato sia figlio soltanto di un taglio del peso estremo, ma sono certo che quello stesso taglio del peso non abbia giovato a Sakara, anzi. Gli ultimi squarci di carriera di Alessio avevano regalato soddisfazioni alla fanbase del Legionario, rinvigorita dalle recenti, fulminee vittorie. Ma un avversario molto più giovane e fresco, un campione, uno dei re di una categoria non più appartenente all’atleta capitolino, è cosa ben diversa.

È uno step importante, uno di quelli che possono coronare una carriera. Alessio Sakara purtroppo non ce l’ha fatta e sicuramente vorrà concludere il suo cammino in un’altra maniera, lasciando ai suoi fan un buon ricordo. Leggendo in giro, mi accorgo che per quanto Sakara abbia la sopracitata forte fanbase, ha anche molti haters o comunque una buona fetta di pubblico a cui non sta simpatico. Umanamente comprensibile.

Mi ha un po’ inorridito però leggere commenti di gente contenta per la sua sconfitta (contenta di cosa poi, boh, posso comprendere l’avversione umana, ma da lì ad augurare ed esser felici per la sconfitta di un atleta che finora – checché se ne dica – ha dato più luce, in una maniera o in un’altra, al nostro sport qui in Italia e all’estero per noi, ne corre). Mi sono chiesto se queste stesse persone avessero avuto un problema personale con lui, visto l’odio e il disprezzo che trasudavano quei commenti. Ma non mi sorprende. È la natura umana.

La mia qui presente, vuole essere invece solo una triste constatazione: i giorni migliori del Legionario sono passati. Ci ha regalato tante gioie e sicuramente la sua carriera non si chiuderà così.

Non è nei modi del Legionario.

Quello stesso Legionario che in Brasile dal Vale Tudo passò ai primi rudimentali match di MMA, ancora chiamati free fight, per poi entrare in UFC e rappresentarci al meglio delle sue capacità. A dare il sudore. A dare il sangue.

L’obiettivo del titolo Bellator non è stato centrato, quello di una chiusura buona invece può ancora esser raggiunto.

Usque ad finem, Legionarivs. Benediximus.

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