La missione del Conte

È uno dei personaggi meno amati dai più, ma è idolatrato dai suoi fan.

Si colloca senz’altro nella categoria degli anti-eroi, Michael Bisping (30-7), indiscusso campione della categoria dei pesi medi. Già, indiscusso. perché sono in molti quelli che sembrano dimenticare che quest’uomo ha battuto l’allora indiscusso e legittimo campione Luke Rockhold.

Sembra, per molti, che la possibilità sia arrivata per caso al Conte, anche se così non è. Michael Bisping ha colto quella che probabilmente era l’ultima possibilità di vedere l’iridato premio cinto alla propria vita. Ha rischiato. Ha vinto. Ad altri era stata data la medesima possibilità, eroi contemporanei che muovono le folle, Yoel Romero, Jacare Souza. Ma in quel momento, per motivi diversi, nessuno accettò di rimpiazzare Weidman in brevissimo tempo contro un Rockhold che sembrava invincibile.

Si propose il Conte, fresco della vittoria più importante della propria carriera ai danni di quello che dai più viene considerato il GOAT delle MMA, Anderson Silva. Prese i suoi rischi contro un uomo dal quale aveva già subito un duro trattamento, una sconfitta con tanto di finalizzazione per sottomissione, lui, che in carriera non ne aveva mai subita una.

Ma il Conte è un duro, non è uno che si fa scorrere la vita addosso.

Una vita. Intesa come l’intera durata della propria carriera ormai ultradecennale. Sempre lì, ad un passo, a vedere la luce, ma mai a raggiungerla.

Michael Bisping, prima di affrontare Luke Rokchold non aveva mai combattuto per il titolo in UFC. Sembra strano, per uno con il maggior numero di vittorie all’interno dell’organizzazione. Eppure, Bisping, era sempre arrivato lì, a giocarsi il posto di contendente numero uno, collezionando ogni volta una sconfitta con metodo diverso e condizioni diverse.

Facciamo un passo indietro.

Inizia tutto a novembre 2007, a UFC 78. È lì che Michael subisce la sua prima sconfitta per decisione non unanime, in un match combattutissimo contro l’allora splendido e fortissimo Rashad Evans. Bisping combatte ancora nei massimi-leggeri, ha già vinto e difeso il titolo Cage Rage, ha vinto il titolo FX3 e vinto e difeso quello di Cage Warriors, è campione della terza edizione del TUF e si lancia all’assalto del titolo UFC.

Ha un record di 14 vittorie e nessuna sconfitta quando il futuro campione Rashad Evans gli fa assaporare per la prima volta qualcosa che non ha mai provato. Capisce che quella non è la sua categoria e dal match successivo farà il suo debutto nei medi e vi rimarrà per il resto della propria carriera. Seguono tre vittorie consecutive, una delle quali contro un forte Chris Leben, ma il match successivo che, ancora una volta, dovrebbe portarlo alla corte dell’allora campione dei medi Anderson Silva, gli riserva una boccata velenosa, la peggiore della propria carriera: il KO subito da Dan Henderson. Il primo in carriera.

UFC 100

Card ed evento epocali. Hendo è dotato all’epoca di quella che è probabilmente la peggior castagna da KO in tre categorie di peso, con tutta probabilità solo un massimo puro può competere con la potenza dell’allora fenomenale Dan “Hollywood”. Finta interna col low kick e Hendo sgancia la più distruttiva H-Bomb mai vista in una gabbia. A chi tocca subirla? A Michael Bisping. E magari finisse qui, Henderson decise di farne il suo logo, la sua impresa migliore: chiudere la bocca a un ragazzino saccente sarà valso la metà dei suoi titoli conquistati all’epoca del Pride, ma la soddisfazione sarà stata forse anche più grande.

Bisping aveva dato parecchio fiato prima del match, dichiarandosi convintissimo di poter abbattere il vecchio lupo. Quell’uomo attempato e perennemente infortunato, senza denti, con problemi nel girare il collo e con la dinamite al posto delle mani, però, aveva ancora molto da dire.

Punto e a capo.

Qual è la morale, mai parlare più del dovuto? Macché. Lo stile british  condito dall’arroganza e dalla spocchia del Conte vengono fuori in maniera ancor più forte. Il suo record è di 17 vittorie e 2 sole sconfitte, entrambe arrivate contro contendenti al titolo.

Nel novembre 2009, a UFC 105, Bisping riesce a rifarsi della sconfitta subita contro Hendo, ai danni di un violentissimo Denis Kang. Il Super-Korean deteneva allora un record di 32-12-1, 2 NC. Avrebbe combattuto anche Hulk se glielo avessero chiesto. Il match fra i due è Fight of the Night. Michael merita una nuova chance.

Stavolta è Wanderlei Silva a rovinargli la festa, battendolo ai punti in un bell’incontro. È il febbraio 2010, UFC 110. Dopo sette incontri alternando vittorie e sconfitte, ingoiando rospi e KO che lo hanno sfigurato, come quello contro Vitor Belfort, Bisping riesce ad avere la meglio su C.B. Dolloway e Thales Leites. Anderson Silva, ormai non più campione, accetta la sua sfida.

Michael sa di essere davanti alla più importante occasione non solo della sua carriera, ma della sua vita: è ora di dimostrare a sé stesso e a coloro che lo hanno sempre e solo criticato che vale molto più di ciò che si è visto nelle ultime uscite.

La prestazione di Bisping è sopra le righe: nonostante i più additino il KO di Anderson Silva come definitivo, la campana del terzo round suona, Silva va via a festeggiare, ma non guarda nemmeno Herb Dean che non ha affatto interrotto l’incontro.

Parliamoci chiaro: Michael è stordito, ma non è KO.

Non è assolutamente KO. Tanto che gli basta un minuto per riprendersi alla grande e ripartire, con la maschera di sangue sul volto, a colpire.

Il gioco di Michael è semplice: mantenere un’attenzione maniacale contro un ormai attempato Ragno (in molti ricordano che Silva fosse all’alba dei 40, ma fra i due ci sono 3 anni e mezzo di differenza, non dieci), dargli modo di colpire, rispondere con una velocità di braccia sicuramente superiore e tentare di mettere KO Silva. Missione non riuscita questa ovviamente, ma la mole di colpi inferta dall’inglese è davvero alta.

Silva ha forse più momenti significativi, colpisce, va a segno, finta, è elusivo, ma non impensierisce Bisping, se non in quell’unica occasione, una ginocchiata volante. L’inglese non è da meno: raggiunge Silva con un gancio al mento e lo mette a sedere.

Il ritmo di Bisping è alto per Silva, che cerca di sfruttare il counterstriking, ma l’esplosività del brasiliano non è più la stessa e il signature front kick utilizzato contro Belfort non ha la stessa potenza. Lo prova contro Bisping, che lo mangia letteralmente e ricomincia il suo lavoro di trivella.

È quello che probabilmente ha convinto i giudici ad optare per la vittoria dell’inglese.

La mole dei colpi. La voglia di bagarre. L’abnegazione. Mai un passo indietro per Michael, dovesse costargli la vita. La decisione finale premia lui. È il 27 febbraio 2016, UFC FN 84 e quella sera, Michael, la sera di quel suo sogno esaudito, non la dimenticherà mai.

Cosa fare adesso? Bisping ha battuto uno dei contendenti al titolo più pericolosi, seppur non al suo prime. L’occasione arriva nientemeno che da un infortunio di Chris Weidman. L’All-American aveva perso il titolo contro Luke Rockhold e stava preparando il rematch, ma purtroppo deve rinunciarvi a causa dell’ennesimo infortunio. La chance viene offerta a Jacare Souza, che però ha un ginocchio fuori uso e non può accettare. Yoel Romero ha combattuto contro Souza, ma è stato colto alla sprovvista da USADA che gli comunica la positività a un test a causa di un prodotto contaminato. Entra in scena il Conte. Ma sì, quello che ha perso solo un anno e mezzo fa contro un Rockhold ancora in fase d’evoluzione. Quello che è stato sottomesso.

Neanche i membri della sua famiglia avrebbero scommesso un penny. E Bisping mette a segno uno degli upset più clamorosi dell’intera Storia delle MMA. L’evento è UFC 199. Rockhold non è mai stato così sicuro di poter mettere giù un avversario e addirittura dichiara la propria debolezza:

Ho un ginocchio fuori posto, ma Bisping lo batto anche con una gamba sola!

Giusto per ricordare che non fu solo il Conte a riempirsi la bocca.

L’upset più clamoroso della Storia delle MMA

Il match dura appena una manciata di minuti. Rockhold cerca di prendere le misure, esce verticalmente all’indietro col braccio avanti abbassato, per poi tornare come un carro armato a dar battaglia. Bisping è una vecchia volpe e se ne rende conto. È guardingo, attento. Non forza troppo le combinazioni da subito. Sa già che se va a segno in maniera perfetta, può ottenere il miglior risultato.

E quindi ecco, attende per tre minuti un Rockhold che finalmente entra in maniera pigra, abbassa la guardia, lateralmente con il jab e il mancino largo. Michael connette un ottimo gancio largo alla mandibola del campione e conclude con un diretto al mento. Rockhold è scosso. Va giù. Si rialza immediatamente, ma Michael lo tiene alto col braccio destro e mette a segno un perfetto sinistro al volto, riempiendo il suo avversario di ganci corti non appena tocca a terra. Ci siamo. L’arbitro interrompe il match. Ecco l’attimo idilliaco. Il momento atteso da tutta la carriera. Ma quale carriera, da tutta la vita. La dimostrazione di superiorità. Forse non nella tecnica, forse non nella bellezza, non nella qualità, non nell’estetica. Ma nella determinazione. Nella tenacia. Nella forza di volontà.

Il titolo vinto da Bisping è l’urlo di chi sa di avere delle qualità, non le migliori, quelle giuste. È l’urlo di chi sa che ha i mezzi per farcela e che fino a un dato momento il fallimento è stato solo una questione di circostanze. Quello stesso urlo di chi viene sempre solo criticato dopo una cazzata, senza ottenere possibilità di redenzione. L’urlo di un campione. Diverso dal prototipo classico di campione, ma non per questo meno valido. Michael Bisping è sul tetto del mondo, adesso.

L’Uomo

Arrogante, spocchioso, a tratti insopportabile. Dalla sua bocca esce quasi sempre veleno. Umanamente, Bisping non è sicuramente l’archetipo dell’individuo simpatico. Ha fatto del trash talking il suo cavallo di battaglia, è riuscito a mantenere la parola tante volte, ma è stato anche protagonista di magre figure (Qualcuno ha detto Henderson?). Non sarà stato Conor McGregor quanto a far seguire i fatti alle parole, ma neanche Chael Sonnen per intenderci. Ha insultato praticamente tutti, spendendo parole di riguardo solo ed esclusivamente per Robert Whittaker, campione ad interim dei medi e futuro scintillante della categoria. Ha tutt’ora in corso una diatriba col cubano Yoel Romero, che lo accusa di farsela alla larga da lui.

L’Atleta

Michael Bisping possiede un ottimo pugilato applicato alle MMA. Mani veloci, anche se non potentissime, ottimo cardio, buona difesa dai takedown e grande capacità di tenere il match in piedi. È uno fra i combattenti più duttili nella fase di stand-up, ha un grande senso delle misure, una resistenza molto sviluppata e un ottimo footwork.

Dallo stand-up riesce a schivare il 66% dei colpi che gli vengono sferrati e difende inoltre il 65% dei takedown. Ha avuto a che fare anche con grappler molto pericolosi come Thales Leites, riuscendo spesso a sopraffarli. Ha ottenuto una cintura marrone nel BJJ da Brady Fink. L’unica sottomissione subita in carriera arriva contro Luke Rockhold, vero e proprio artista del ground game applicato alle MMA. Bisping mette buoni colpi dal clinch, ma preferisce spesso separare per colpire meglio dalla distanza. Non è un amante del ground game, appena arriva a terra tenta immediatamente di rialzarsi, ma non si può certo dire che la sua difesa sia scarsa. A inizio carriera riuscì a vincere quattro battaglie grazie a sottomissioni, caratteristica poi persa o comunque adattata al suo stile attuale.

Palmarès

In carriera, oltre al titolo dei pesi medi UFC, è riuscito ad ottenere la vittoria al The Ultimate Fighter 3, battendo in Finale Josh Haynes. Ha collezionato titoli a Cage Rage, Cage Warriors e FX3. È riuscito a vendicare la sconfitta subita contro Dan Henderson, seppur con una sua versione stanca e attempata, mettendo a segno così la sua prima difesa titolata. Ha vinto cinque volte il premio Fight of the Night e due volte il premio Performance of the Night. Detiene il record (20) di vittorie in UFC e di match (27) nella stessa organizzazione, a pari merito con Tito Ortiz e Frank Mir.

UFC 217

A UFC 217 affronterà Georges St-Pierre, futuro hall of famer, leggendario ex campione e dominatore dei pesi welter in un match valevole per il titolo dei pesi medi. Piccole curiosità: Se GSP dovesse vincere, raggiungerebbe Bisping nella totalità di vittorie in UFC, eguagliandone il record, in caso contrario il Conte prenderebbe il largo. E sicuramente stabilirà il record per il maggior numero di match in UFC.

Dare il Conte per spacciato è un rischio che, dopo la vicenda Rockhold, in molti si guardano bene di prendere.

Per far valere il ruolo di Cinderella Man adottato da Bisping, potremmo citare George Bernard Shaw:

“Le persone che progrediscono nella vita sono coloro che si danno da fare per trovare le circostanze che vogliono e, se non le trovano, le creano.”

Oppure potremmo dirla semplicemente alla maniera del Conte:

“Voglio essere campione del mondo. Finché il mio corpo me ne darà la possibilità, continuerò a provarci.”

Prova superata, Sogno raggiunto.

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