Il declino delle grandi potenze: Jose Aldo

Chi non si evolve è perduto

Lo sport, con buona pace dei nostalgici per vocazione, è perpetua e inesorabile evoluzione. Gli sportivi di oggi sono mediamente più forti di quanto non lo fossero gli sportivi degli anni Settanta nelle medesime discipline. Usain Bolt va più forte di tutti, Roger Federer batterebbe Björn Borg senza troppi problemi e per arrivare a un esempio a noi più famigliare il miglior Fedor Emelianenko non avrebbe possibilità contro i migliori Cain Velasquez, Junior Dos Santos o Stipe Miocic per citarne solo alcuni.
Questo non significa sminuire le gesta di chi ha fatto la storia, bensì soltanto contestualizzarle, ossia legarle ad un contesto “storico”.

La capacità di evolversi e di stare al passo coi tempi diventa così una delle prerogative di un atleta che vuole essere dominante per lungo tempo, vale per tutti gli sport, ma ancor di più per uno giovane come quello delle MMA dove i cambiamenti sono più repentini, profondi ed evidenti anche nel breve periodo come lo sono quelli di un adolescente.

Ciò che è sufficiente per essere campioni oggi, potrebbe non esserlo domani ed è per questo che esistono due elementi imprescindibili per instaurare un Regno longevo: eclettismo e predisposizione ad evolversi.

Eclettismo perché la peculiarità delle caratteristiche tecniche di ogni contendente può palesare anche inaspettatamente i propri limiti, perché ogni incontro è fatto d’incastri, di qualità che più o meno si sposano bene con altre, di virtù che possono mettere in luce lacune fino a quel momento inesplorate. E’ per questo che la proprietà transitiva non esiste negli sport da combattimento ed è per questo che se si vuole essere pronti a sconfiggere chiunque si sia meritato la chance in quel momento bisogna avere l’ossessività minuziosa di un grande artigiano, quel connubio di perfezionismo ed avanguardia, la capacità di evolversi appunto, anche quando sembra non essercene il bisogno.

Campioni dominanti

Questo pezzo non è dedicato a chi è riuscito ad incarnare le virtù sopracitate, ma al contrario vuole indagare su cosa a portato determinati combattenti a scoprire all’improvviso una vulnerabilità inesplorata.
Un Regno che sembrava incrollabile si è sgretolato in modo irrimediabile. Perché?

Per scoprirlo vorrei prima analizzare il suo opposto, chi ce l’ha fatta, chi è rimasto imbattuto, chi è riuscito a rialzarsi riscattando ciò che è suo, chi si è dovuto arrendere soltanto a Padre Tempo.
I primi a venirmi in mente sono: Georges St.Pierre,  Anderson Silva e Jon Jones. Anche Cain Velasquez avrebbe potuto finire in questa ristrettta cerchia, ma il suo fisico o sarebbe meglio dire una scriteriata gestione di esso, non glielo ha permesso; mentre Demetrious Johnson ha sicuramente diritto di cittadinanza in una simile lista, sebbene a 125″ la competizione sia stata a mio parere un pochino inferiore rispetto alle categorie di peso dei fighter citati, l’eterogeneità dei contendenti e la lunghezza del suo dominio lo legittimano in pieno.

Come abbiamo detto due sono le caratteristiche primamente importanti: essere eclettici e predisposti ad evolversi. La prima in particolare è indspensabile.

Tutti questi atleti avevano innanzittutto la capacità di difendersi in qualsiasi condizione, che l’avversario fosse un grande wrestler, uno striker estroso oppure un fighter dotato di BJJ di altissimo livello, erano in grado di arginarlo.
I fighter presi in esame hanno sempre palesato una struttura difensiva estremamente solida sia in piedi, GSP e JJ soprattutto con un’ottimale gestione delle distanze, Silva con movimenti di busto inegualiabili; che nel ground game, perché Jones e GSP sono congenitamente inatterrabili e Silva, dopo aver subito un paio di sottomissioni fra il 2003 e il 2004, ha sviluppato un BJJ di altissimo livello che gli ha permesso di non venire più sottomesso e di essere addirittura abile e talvolta letale una volta schiena a terra, DJ infine fa tutto talmente bene da sembrare praticamente invincibile nella sua classe di peso.
Qui torniamo alla capacità di evolversi, di affinare le proprie capacità, di colmare le proprie lacune.

Evolversi dunque per acquisire l’adattabilità necessaria a sopperire a tutte le situazioni, per contrastare tutte le varie tipologie di fighter.

Dei tre è probabilmente Jones quello che si è evoluto meno, era già troppo moderno e completo ad inizio carriera. Non ne ha avuto bisogno, ma questo vale soltanto per lui.

Offensivamente la completezza può essere importante, ma è meno determinante e non è un caso che le nuove tipologie di fighter siano caratterizzate da una fase difensiva duttile e dalla capacità di far confluire il match in quelle che sono le sfere di combattimento più congeniali. Conor McGregor, Cody Garbrandt e Joanna Jędrzejczyk ne rappresentano gli esempi più eclatanti.

Le cadute

La Nuova Uniao è un Team che vanta certamente una Storia importante nel mondo delle MMA, una fucina di talenti che però non brilla certo per spirito avanguardistico con le sessioni interminabili di sparring pesante in controtendenza con il resto dei Team più importanti e la parabola delle sue stelle più luminose ossia Renan Barao e José Aldo è piuttosto emblematico del suo splendore, ma anche dell’obsolescenza dei suoi metodi.

Voglia fare una doverosa premessa: Questo pezzo non vuole sfatare miti come José Aldo e Renan Barao o altri grandi campioni che andremo ad analizzare prossimamente, hanno scritto pagine indimenticabili di questo sport e quando un domani parleremo dei più grandi sarà impossibile non menzionarli, non raccontare le loro gesta, non ammettere che sono stati fra i campioni più dominanti.
La finalità di questo approfondimento riguarda però il tentativo di comprendere cosa abbia portato il loro stile e quello di altri ad apparire improvvisamente superato, il loro dominio indiscusso a sgretolarsi di colpo.

José Aldo

Cominciamo da Aldo. E’ rimasto imbattuto nove anni e ha dominato (prima in Stikeforce poi in UFC) la categoria dei pesi piuma per sei anni consecutivi ossia dal 2009 al 2015.
Striker con un’irreale difesa agli atterramenti rappresentava una variante ben più evoluta di quello che viene definito sprawl and brawl, costringeva grandi wrestler a combattere match di striking facendo così valere la sua assoluta supremazia in quel campo avvalendosi di un pugilato tecnico e potente, di meravigliosi movimenti di corpo e di testa per eludere i colpi avversari e di leg kick così terrificanti da essere riconosciuti come marchio di fabbrica.

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Inizialmente il suo stile era più sfrontato e la flying knee che dopo soli 8 secondi sdraia il 7 Gennaio del 2009 Cub Swanson ne è forse il manifesto più azzeccato. Con il passare del tempo però il suo stile si fa via via più guardingo, più attento e nelle sue 8 vittorie in UFC c’è infatti una sola vera finalizzazione (visto che contro The Korean Zombie si trattò d’infortunio) ovvero quella contro Chad Mendes. E’ un cambiamento graduale, ma non si può dire che coincida con una vera e propria evoluzione. Lo stile è identico, solo un po’ meno aggressivo.

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Molti wrestler fra gli avversari di maggior spicco affrontati da Aldo: Frankie Edgar, Chad Mendes, Urijah Faber, Kenny Florian ai quali Aldo ha, come abbiamo detto, imposto e dominato match dallo stand up. Qualche striker, anche di livello come Cub Swanson e Ricardo Lamas o un gradino sotto come Mark Hominick.
I primi come ho detto non sono stati in grado di imporre il loro ground game perché il grappling difensivo di Aldo è sontuoso; gli altri non avevano uno striking sufficientemente estroso, tecnico, creativo o sfrontato per metterlo in difficoltà e per lungo tempo nessuno è sembrato in grado di attentare al suo Regno. Fino al fatidico giorno del colpo d’incontro che ha cambiato la Storia.

Cosa aveva Conor McGregor che gli altri contendenti non avevano? In cosa era diverso?
Nell’approcio innanzittutto, nessuno prima dell’irlandese aveva esercitato su di lui una pressione psicologica, lo aveva indotto con vari mind game a farlo combattere con maggiore tensione rispetto al solito e questo è stato, almeno per lui, un elemento nuovo e al contempo deleterio. Aldo è stato portato ad essere più aggressivo del solito “a estendersi troppo” come predisse prima del match McGregor finendo nelle fauci del suo counterstiking. Qui arriviamo ad un’altra caratteristica che nessun altro contendente ha avuto in precedenza: un counterstriking di altissimo livello che cognugato a un footwork estremamente moderno si è rivelato, nel fatidico frangente, determinante.

Vi erano anche altri elementi in Conor McGregor che rappresentavano un qualcosa di diverso e mai affrontato per Josè Aldo prima del loro match: La stazza e l’allungo. Raramente Aldo ha trovato di fronte sfidanti con più allungo e più stazza di lui seppure nel match in questione questi due fattori non furono influenti o forse non ne ebbero il tempo per esserlo.

Aldo combatte il match seguente, quello del riscatto e del titolo ad interim, contro Frankie Edgar, un fighter con il quale, per caratteristiche, si sposa benissimo e infatti Aldo lo domina in lungo e in largo infliggendo a The Answer una lezione ben più pesante della prima.

E’ la notte del riscatto. Erano in molti a pensare che Aldo fosse ancora scosso dalla terribile sconfitta patita il 12 Dicembre 2015 e le sue dichiarazioni dopo quel giorno legittimavano effettivamente quel tipo di congetture. Invece no. Aldo torna più forte che mai, spazza via Edgar, critiche e il peso bruciante della sconfitta.

E’ il 3 Giugno 2017, Aldo, tornato definitivamente campione dopo la restituzione della cintura da parte di Conor McGregor, difende il titolo contro un indemoniato Max Holloway. Holloway è l’archetipo del fighter moderno con il suo footwork all’avanguardia, il suo dinamismo e la capacità di difendersi con competenza in tutte le situazioni; ma è anche un talento straordinario, tiene un ritmo altissimo per tutto il match ed ha più allungo e più stazza del brasiliano. Come McGregor del resto contro il quale ha perso il suo ultimo incontro. Da lì in avanti però, Blessed, ha messo in fila 10 vittorie polverizzando fighter del calibro di Anthony PettisRicardo Lamas, Cub Swanson.

La prima ripresa è tutta di Aldo che sembra in grande spolvero ed è velocissimo a schivare gli attacchi dell’hawaianao anche arretrando prontamente per poi punirlo con la qualità del suo pugilato.

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Holloway subisce, però ha una grandissima qualità, è molto forte mentalmente e le difficoltà sembrano esaltarlo. Infatti nella seconda ripresa risponde colpo su colpo lasciando al brasiliano soltanto un leggero vantaggio (saranno 28 a 29 per Aldo al termine della ripresa i colpi significativi in favore del brasiliano).

Ad un certo punto però, Holloway, che ha ormai acquisito dentro di se una fiducia inesauribile, provoca Aldo, alza la guardia, danza, poi colpisce.
Vuole sporcare l’incontro, aprire gli scambi, uscire dai canali tecnici che stavano indirizzando il match per fare la guerra. Giocare con la sua psicologia, con la sua fiducia.

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Chissà se nella mente di Aldo non siano comparsi i fantasmi irlandesi, fatto sta che è un’iniezione di fiducia per Holloway che nella terza ripresa si fa sempre più incisivo, mentre Aldo appare per la prima volta in difficoltà: è meno elusivo rispetto alle prime due riprese, Holloway alza la frequenza di colpi e l’inerzia sembra cambiata in suo favore.
Mentre però Holloway, quando era costretto a subire l’iniziativa di Aldo era bravissimo ad arretrare togliendo la distanza al suo avversario, Aldo è meno mobile sulle gambe e infatti viene prima impattato da un jab, schiva il seguente diretto destro, ma non può fare quasi nulla sull’uno due successivo che arriva con una violenza devastante e lo manda knockdown.

Ci sono due aspetti principali a mio parere che hanno permesso a Holloway di gestire il momento di difficoltà in modo decisamente migliore rispetto ad Aldo, uno di carattere psicologico mentre l’altro prettamente tecnico:

Quello psicologico è evidente, Max è al momento sorretto da una fiducia illimitata e sembra non temere i colpi di Aldo, minimizza il loro impatto, li affronta con estrema lucidità e risponde. Aldo invece sembra intimidito dalle provocazioni del suo sfidante e quando viene colpito e in particolare in seguito al knockdown sembra andare in panic-mode.

Holloway tornerà dopo il match sulle sue provocazioni e su quanto queste, a suo parere, abbiano influito:

“Ho detto a me stesso, non è acceso. È il momento di stuzzicarlo. Provochiamolo. Vediamo se mi riesce a decifrare. L’ho schernito — Ho alzato le mani per un paio di secondi. E lui non ha fatto niente. Mi sono detto, lo faccio ancora. E lui non ha fatto niente. E allora mi sono detto, questo ragazzo non vuole combattere.”

Ma non è soltanto questo. Non è soltanto una questione psicologica. C’è anche una questione tecnica. Mentre come abbiamo detto Holloway esce dalle combinazioni di Aldo soprattutto attraverso il suo footwork Aldo resta piantato sulle gambe in occasione del knockdown, punta tutto sui movimenti di corpo e paga un conto salatissimo.

Holloway infatti si focalizza anche su questo:

È tempo per la nuova ondata di ragazzi, noi ragazzi giovani stiamo arrivando e lo stiamo dimostrando. Stiamo mostrando al mondo che siamo qui per rimanere, ci stiamo mettendo una vita. Le MMA sono sempre in evoluzione. O ti evolvi con lo sport o rimani indietro. Io cerco di guidare il gruppo degli inseguitori. Cerco di sprintare.”

Qui trovate la traduzione completa dell’intervista a cura di Alessandro Valzania.

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Questo discorso sul footwork e l’elusione dei colpi mi fa venire in mente le parole rilasciate al nostro podcast da Daniele Scatizzi che si allena alla Straight Blast Gym, una delle palestre più all’avanguardia al mondo quando ci dice che il footwork è la nuova guardia. E’ sempre più il gioco di gambe ad avere importanza per quanto riguarda l’elusione dei colpi e in questo Holloway e McGregor rappresentano il futuro, Aldo ciò che è stato superato.
Questo non significa che per il brasiliano sia iniziata una lenta caduta. Aldo ha esperienza, soltanto trent’anni e un talento fuori dal comune. La teoria che Aldo abbia ormai problemi nell’assorbimento dei colpi mi convince fino ad un certo punto, senz’altro la sua mascella non è più quella di inizio carriera, dopo così tanto tempo passato nell’ottagono (e lo sparring pesante che caratterizza ancora una parte importante del suo allenamento di certo non lo aiuta)
Tutto questo dovrebbe permettergli di restare ai vertici ancora per molto tempo, ma se  vorrà tornare ad essere campione dovrà avere il coraggio e la voglia di evolvere il suo stile e di lavorare su alcuni aspetti psicologici. Per farlo dovrà inevitabilmente cambiare Team. Ma sarebbe quasi impossibile immaginarlo in un altro contesto, vedergli voltare le spalle a chi lo ha portato così in alto. Così credo che Aldo resterà fra i più grandi di sempre e non lo tornerà mai più.

Gianluca Faelutti

 

 

 

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