War Machine condannato da 36 anni all’ergastolo per l’aggressione alla pornostar Christy Mack

Il caso

War Machine, all’anagrafe Jon Koppenhaver, è stato condannato lunedì a 36 anni in prigione a causa della brutale aggressione della sua ex fidanzata Christy Mack avvenuta nel 2014. Koppenhaver avrà 71 anni quando potrà essere riascoltato per uno sconto della pena. È stato accusato di 29 capi d’accusa su 34, fra i quali figurano lo stupro e il rapimento, ma la giuria a quanto pare ha bloccato la carica più pesante, ossia il tentato omicidio.

Mack, nata Christine Mackinday, ha letto una sua dichiarazione davanti alla corte, poco prima della sentenza, descrivendo la relazione con War Machine e l’assalto che le ha causato denti rotti, una costola fratturata e danni al fegato.

La sua testimonianza racconta di come la Mack abbia selezionato accuratamente le parole, non volendo alcun peso sulla coscienza, precisando che lo stato d’animo è lo stesso di tre anni fa.

La lettera

Amo Jon, e so che in qualche maniera lui mi ha amata. Siamo lontani da quella che si dice una coppia convenzionale in una relazione ordinaria. Non abbiamo lavori normali. Non abbiamo orari normali. Abbiamo avuto l’occasione di spendere molto tempo insieme e abbiamo avuto l’occasione di condividere ogni aspetto della nostra vita. Quando ci siamo conosciuti, non volevo una relazione. Ero ammalata il giorno in cui abbiamo lavorato insieme. Lui è sembrato preoccupato in maniera genuina e ha continuato a cercarmi nei giorni successivi. Quando sono stata meglio, ha chiesto di vedermi a Las Vegas e dopo i primi tre mesi insieme, stavamo meravigliosamente. Era un tipo molto interessante. Era piena di energia e aveva passione per tutto. Ero attratta dalla sua tenacia e lui era differente da chiunque avessi mai conosciuto.

Dopo i primi mesi, le cose iniziarono a cambiare. È iniziata con uno schiaffo ed è andata sempre peggio. Sono stata strangolata fino a rimanere incosciente, sono stata trascinata per la testa. Sono stata colpita da pugni e calci, morsa, stuprata e torturata. Ricordo di voler prendere il respiro per urlare, per incontrare poco dopo una mano sul mio naso e sulla mia bocca, senza sapere se sarei mai riuscita a respirare ancora. È stata l’esperienza più terrificante della mia vita e piango ancora ogni volta che ci penso. Mi tiro indietro ogni volta che qualcuno avvicina la mano alla mia faccia. Trattengo il respiro quando sento un rumore che non è familiare. Divento inconsolabile quando un genitore punisce un bambino, perché dicono parole che io ho sentito dire a chi ha abusato di me. Mi picchiava finché non smettevo di piangere o svenivo.

Adesso mi sento a disagio davanti agli uomini o comunque davanti alla gente in generale. Non lascio casa mia senza essere accompagnata, se possibile. Ho cinque persone di cui mi fido, ciò significa non uscire di casa a volte per settimane. Mi sono iscritta in palestra per uscire di casa, perché so che questo non è un modo salutare di vivere.

Vorrei poter dire di sentirmi sicura in casa mia, ma non è così. Ho chiamato la polizia più volte perché non sapevo se i rumori che sentivo fossero cose normali o qualcuno che volesse uccidermi. Non vivo più normalmente. Non vedo i miei amici, non ho relazioni. Anche la mia famiglia ha visto dei cambiamenti in me. Mia madre è venuta a Las Vegas con me. Vive con me e ha vissuto tutta la mia relazione con Jon. Quando mi hanno portata in ospedale, lei si è sentita in colpa e si è biasimata per non aver denunciato gli abusi di cui sono stata vittima. Ero a letto in ospedale, lei è venuta a trovarmi e le ho detto di non piangere. Non mi ero ancora vista, ma sapevo di stare sanguinando. Da quel giorno abbiamo perso circa 15 chili a testa. Non ci siamo più sentite sicure.

Pian piano ho ripreso a vivere da sola, viaggio a volte, ma mai da sola. Se passo più di 12 ore senza parlare con mia madre, lei pensa al peggio. Direi che è una paura irrazionale, ma dopo che lui ci diceva che avrebbe mandato altra gente per me se lo avessi detto a qualcuno, non credo di stare esagerando.

Da quando ho potuto riutilizzare il tablet, sono stata tempestata di sue mail in cui scriveva che mi avrebbe trovata e uccisa. Avrebbe finito il lavoro. Mi è stato detto che non ero nient’altro che una prostituta, e che avevo avuto ciò che meritavo. Mi è stato detto che lo facevo per ottenere attenzione. Vivo nel costante terrore che queste cose diventino realtà.

L’unica cosa positiva che posso menzionare in questa esperienza è che sono stata in grado di aiutare altra gente. Non mi aspettavo così tante lettere di gente che condivideva cose intime con me. Appena ho lasciato l’ospedale, ho speso ore a leggere i messaggi e sentire le emozioni che condividevano con me. Ho ricordato la mia esperienza e le cose orribili che accadono a tanta gente nel mondo.

Ho realizzato che avrei potuto morire. Non so come sia riuscita a venirne fuori. Ero a terra, nel mio stesso sangue, non sentivo nulla, ero intorpidita. Avrei potuto rimanere giù e morire, non avrei sentito nulla quando avrebbe affondato il coltello. Ma queste lettere mi hanno fatto realizzare quanto possa aiutare gli altri con la mia esperienza. Sono passati anni e la gente mi ricorda di come la mia storia l’abbia aiutata. Non so nemmeno dirvi quanti uomini, donne e bambini hanno chiesto aiuto e consiglio. Alcuni di loro vogliono solo essere ascoltati e compresi. Questo mi motiva ogni giorno e mi induce a condividere la mia vita, anche quando diventa insopportabile.

È difficile spiegare e raccontare tutte le crudeltà che mi vengono dette ogni giorno, è difficile averci a che fare ed è difficile rimanere da sola a casa. Non condivido molto i miei sentimenti, sento di dover rimanere forte per ogni donna che trae ispirazione per denunciare gli abusi che subisce. Ogni giorno è un’occasione per migliorare, recuperare la mia salute mentale, migliorare le mie relazioni. Ci sto ancora lavorando. Non so quanto [Jon] meriti di stare in prigione. Non so quanto tempo servirà per farmi sentire bene. Quando ho parlato col mio legale prima del processo, lui mi ha detto che 16 anni sarebbero stati sufficienti. Come si può decidere davvero riguardo al tempo vissuto? Non so se la mia vita sarà completa in 12, 20 o 30 anni e nemmeno voi. So solo che quando uscirà, mi ucciderà.

La decisione di oggi non spetta a me, ma ho fiducia nella corte per tutto questo processo e spero che il sistema giudiziario non mi deluda. Ci sono molte persone, donne e anche uomini, che non si appellano alla giustizia e lasciano che i fatti facciano il loro corso. E voglio dir loro che c’è giustizia, fuori. Grazie.

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