L’anima del combattente

Gianmarco Gherla e Mattia Galbiati sono stati ospiti al nostro podcast. Due personalità diametralmente opposte. Due storie che vale la pena di ascoltare.

Il nostro primo ospite è Mattia Galbiati e, com’è consuetudine, lasciamo che sia lui a illustrarci quello che è stato il suo percorso verso le MMA e lo fa una certa disinvoltura.

L’atleta brianzolo allora racconta del suo approccio così precoce con lo sport da combattimento iniziato con il Judo, quando aveva soltanto sei anni, del rapporto con un maestro che sarà per lui anche un secondo padre e una sorta di Maestro di vita in quella che sembra una parabola zen.

Le metodologie di allenamento erano a tal punto rudimentali che lui definisce il luogo dei suoi allenamenti “La tana delle tigri”. Però lo temprano, gli insegnano la disponibilità al sacrificio e lo inducono ad una vita, che per necessità, diverrà quasi monastica.

Allenamenti interminabili mentre i suoi coetanei, quelli come me, vivono tutta la frivolezza della vita di quegli anni. Eppure non c’è l’ombra di un rimpianto.

Avessi cento vite ritornerei a fare quello che ho fatto.

Una frase che mi ricorda quella pronunciata da Gian Maria Volonté, mentre interpreta Bartolomeo Vanzetti in uno splendido film di Giuliano Montaldo e si sta difendendo dal processo farsa che lo vede coinvolto dicendo di essere pronto a salire sullo stesso patibolo, se gli fosse data la possibilità di rinascere e che lo stesso farebbe sicuramente il suo amico Nicola Sacco che siede dietro di lui.
E’ la fermezza indissolubile di chi ha dedicato la vita a un qualcosa, che almeno ai suoi occhi, non smette mai di apparire irrimediabilmente giusta.
Inoltre è bello sapere che in un’epoca di opportunismi ed euforie finanziarie esistano ancora successi impregnati di quotidiane rinunce e di duro lavoro.

A 12 anni infatti, quando il maestro gli chiede se vuole diventare campione italiano, Mattia risponde sì senza nemmeno pensaci e poco importa se dovrà allenarsi tutti i giorni.
Lo farà per il resto della sua vita.

Nel 2012 fa già parte della nazionale Junior di Judo e vuole puntare all’Olimpiade.
Per farlo deve entrare nel gruppo sportivo della nazionale maggiore e quando ci riesce, il suo maestro ha l’intelligenza, l’umiltà e la generosità di farsi da parte.
Trova a 25 Km da casa un grande coach e un judoka di altissimo livello come Diego Brambilla.

Mattia intanto ha una relazione con una ragazza messicana e quando va in Messico per stare con lei si allena per la prima volta in MMA. Gli propongono subito di combattere e lui, con la solita sfrontatezza, accetta. “Tre cose semplici in attacco, tre cose semplici in difesa e domani spacchiamo il culo”. Saranno sufficienti.

Punta tutto sul grappling, fa valere il suo ground and pound e poi finalizza nel secondo round per sottomissione. Un grande impatto.

Alex Dandi inizia a fare delle “avance” per convincerlo a passare alle MMA e lo convince a sposare il suo progetto Venator FC. Combatte e perde in quello che è anche il suo match d’esordio da professionista, ma contro un grande avversario come Daniele Pilò e perde per di più soltanto ai punti aggiudicandosi il terzo round.
Poi sconfigge ai punti Luca Puggioni e accetta dopo soltanto una settimana di preavviso un match difficilissimo, contro l’armeno Araik Margarian subendo una Rear-Naked Choke alla prima ripresa. E’ un match che non doveva prendersi e lo sa, ma si riprende alla svelta e sconfigge il 4 Febbraio di quest’anno Matteo Obermaier ai punti per decisione unanime nonostante un occhio totalmente chiuso a fine della prima ripresa a causa di un infortunio avvenuto poco tempo prima del match.

Quando Alessandro, sempre molto acuto nelle sue domande, gli chiede se si sente più samboka o fighter di MMA lui risponde: <<Io mi sento più ignorante!>>.
Scoppia una risata fragorosa. Mattia ci spiega quanto gli piaccia conoscere i propri limiti e l’emozione, selvaggia, di quando chiudono la gabbia. Ci parla anche della paura che tutti hanno e della sua capacità di gestirla dopo tanti anni di competizioni ad alto livello.
Poi qualche dichiarazione di guerra, ma con la giusta dose di autoironia:

Ovviamente il mio obbiettivo è rendere orfani i suoi genitori

Ad un certo punto faccio anch’io una domanda. Chiedo a Mattia se qualora dovesse raggiungere a breve termine risultati importanti a livello di MMA potrebbe dedicarcisi a tempo pieno e lui risponde affermativamente. L’esito del prossimo match potrebbe influire dunque sulle sue future scelte.

Mattia non si dedica però soltanto agli sport da combattimento, da quattro anni è nel nucleo investigativo e solo finito il lavoro può concentrare i suoi sforzi sull’allenamento.

Alla fine Giovanni domanda del suo soprannome, ma il collegamento salta più volte e siamo fortunati ad insistere perché Mattia è felicissimo della domanda, dice che è la prima volta che gli viene chiesto e la cosa un po’ ci stupisce perché è davvero un soprannome particolare.

Molon Labe. E’ greco antico, quando i persiani alle termopili chiesero al Re Leonida di abbandonare le armi e ritirarsi, Leonida rispose: “Venite a prenderle”.

Mattia cerca nella vita e dunque nel combattimento l’epica che c’è nella Storia e sono parole che mi emozionano perché si contrappongono a tanti disvalori dell’uomo contemporaneo, la sensazione costante di vivere in una società senza grandezza, senza emozioni collettive.
Mattia sembra sostenuto da valori atavici e da una visione che lui stesso definisce epica della vita.
Si affaccia al mondo delle MMA con un background importante a livello di grappling,  ereditando una lunga formazione da atleta di altro profilo che gli ha trasmesso l’abitudine a gestire la tensione anche quando la competizione si fa altissima e una predisposizione al sacrificio che si può che definire per certi versi eroica.

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Gianmarco Gherla ha aspettato un sacco di tempo, molto più del dovuto e appena ci colleghiamo è forse possibile intuire un briciolo di disappunto nella sua voce, ma è davvero troppo educato per farcelo notare apertamente.

Penso che dopo una personaggio vulcanico come Galbiati non sia facile mantenere alta l’attenzione, che forse due ospiti sono stati troppi per la nottata che ci attende visto che siamo ancora in alto mare con l’analisi di UFC 211, ma Gianmarco ha una voce calda e dei modi così gentili che finiscono per distenderci.
Gianmarco è di Bologna, quando ha finito la scuola superiore si è trovato combattuto in quella che probabilmente è stata una delle prima grandi scelte che la vita gli ha messo davanti.
Decide di partire per l’Inghilterra, è il 2011 e mentre sbraca il lunario lavorando dove capita per qualche tempo, sente la necessità di rimettersi in forma.
Un amico gli dice che le MMA sono il futuro e che lì, in Inghilterra, stanno andando forte.


Gianmarco non ha la minima idea di cosa siano. Però gli piacciono.
Prova in una grande palestra londinese la London Shootfighter, una palestra che per intenderci vanta la statura di fighter come Michael Page, John Hathaway, Claudio Da Silva, Marcin Held e molti altri profili di altissimo livello. Non ci rimane molto, è ora di tornare a casa. Però ormai la scintilla con con le MMA è scoccata e quando torna a Bologna si trova subito un team, a Castelmaggiore, poco fuori Bologna, dove si fa grappling, BJJ e MMA. Esattamente quello che cerca.

Gianmarco ha due modi di praticare lo sport:

O vado tutti i giorni, o chiudo completamente.

Infatti si allenerà tutti i giorni fino ad oggi. Più che aver scelto le MMA dice di essersi trovato dentro. Prima gli allenamenti, poi, due incontri di Combat Grappling in gabbia e due match di MMA in FIGMMA con una vittoria (contro quello che diverrà il suo sparring partner) e una sconfitta.

Si trasferisce per l’erasmus un anno in Portogallo e riesce ad allenarsi anche lì, soprattutto nel BJJ. Nell’ Estate 2014 fa un match da semi pro a Parma contro Alessandro Oniboni. Si avvicina molto alla lotta olimpica e al freestyle wrestling e affina lo striking con sessioni di pugilato.
Si allena dall’estate 2016 in un complesso chiamato Caserme rosse, al Goodfellas team, Club Atletico Bologna, un distaccamanteo del suo precedente Team.
Un gruppo ristretto fra coloro che vogliono fare davvero sul serio, seguito dall’head coach, Lorenzo Spoto che oltre ad essere un veterano nella lotta libera è anche un arbitro di MMA e questo spiega perchè non lo arbitri mai.

Se Mattia è sfrontato, Gianmarco ne rappresenta l’antitesi perfetta nella sua pacatezza che coincide pochissimo con lo stereotipo del combattente, ma che è anche merce rara in un ragazzo che ha soltanto 25 anni. Sembra quasi che la sua anima da fighter faccia parte di un lato oscuro, difficile da decifrare ad un primo impatto e il suo furore agonistico, che visto in azione non è poco, emerga soltanto una volta chiusa la gabbia..

Una cosa estremamente interessante riguarda il suo camp in Giappone, a Tokio, perché l’head coach del BullDogClan, che allora era ancora il suo team, è un grande ammiratore delle MMA orientali, mentre lui, nell’estate del 2014, avrebbe preferito andare in Brasile. Riesce a restare soltanto un mese e mezzo per questioni legate al visto, ma anche questa volta l’attrazione per un mondo appena sfiorato non si affievolisce.
E’ affascinato da questa prospettiva diversa che hanno di vivere il tatami e ne vuole catturare l’essenza, ma con il senso della misura che lo contraddistingue, con quel distacco necessario a consentirgli una visione sempre critica.
La capacità di restare ammaliati senza venire travolti.

Ho viaggiato per vedere le MMA da un punto di vista differente

Ci racconta dell’attenzione spasmodica che hanno i giapponesi riguardo alla tecnica, con esercizi ripetuti all’infinito nei loro vari passaggi ad un ritmo identico.
“Se riesci a pensarlo, riesci anche a farlo” gli dicono i giapponesi, lui dice che a volte riesce a pensarlo, ma con lui la magia non sempre funziona.
E’ un discorso interessante perché spiega in qualche modo anche il gap fisico che subiscono i giapponesi una volta che decidono di combattere in Occidente e come lui stesso ci spiega, la parte atletica viene sottovalutata eccessivamente in favore di quella tecnica. Giovanni, che sui giapponesi è ferratissimo, lo incalza.

Gianmarco riesce a far emergere alla perfezione, attraverso il suo racconto, l’etica del lavoro giapponese e la serietà marziale con la quale si allenano, anche mediante aneddoti curiosi come quello riguardante i migliori fighter che sul tatami prendono addirittura appunti tra una pausa e l’altra durante l’allenamento. Ci parla di quell’ambiente privo di sfumature ritraendone da una parte la bellezza, dall’altra quegli aspetti che ai nostri occhi di occidentali possono anche apparire un po’ grotteschi.

Vorrei chiedere qualcosa di più su quella cultura che mi ha sempre affascinato attraverso i suoi libri e soprattutto le sue pellicole, ma che ho trovato sempre così criptica ed indecifrabile.

Alessandro, che riesce sempre a seguire il flusso del discorso cerca di scoprire come Gianmarco ha impronato la sua preparazione sul suo avversario, ma lui ci spiega quanto sia difficile a questo livello anche per la difficoltà nel reperire sufficiente materiale di studio.

Quando sempre Alessandro gli chiede se c’è una palestra nella quale vorrebbe allenarsi non ha dubbi: dai fratelli Diaz. Scherza anche su fatto che Nate abbia fatto due su due con McGregor. Io, suscetibilissimo sull’argomento, nego immediatamente e i ragazzi sono d’accordo. Lui divertito: ” Forse ho esagerato un po’, McGregor, è un fenomeno, mi piace tantissimo, ma l’ignoranza dei Diaz…”.

Alla fine non mi riesce di chiedere nulla, vuoi per la stanchezza e vuoi perché si finisce a parlare dei fratelli Diaz e io ricordo che l’unico stop subito dai due, quello di Nate, era stato un pochino affrettato. Loro sono scettici riguardo a questa affermazione e infatti rivedendolo mi accorgo di aver detto una sonora cazzata, nonostante all’epoca avesse scaturito qualche polemica.
Il match viene interrotto sugli hammer fist di Thompson dalla mezza guardia, mentre io ricordavo addirittura un’interruzione in piedi e penso che se avessi avuto un modus vivendi più simile a quello di questi due ragazzi probabilmente avrei una memoria migliore.

Salutiamo Gianmarco e gli facciamo il nostro in bocca al lupo. Mi accorgo che il tempo è volato e addosso mi trovo una bella sensazione. Quella di aver avuto ospiti non solo divertenti, ma talvolta anche profondi e comunque sempre molto sinceri.

Per una volta mi sarà impossibile fare il tifo per qualcuno.

 

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