Campioni e Fuoriclasse

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Cos’è un fuoriclasse?


Michael Jordan era un fuoriclasse. Anche Ayrton Senna lo era, come Alberto Tomba, Sergey Bubka o Mark Spitz. Cosa li contraddistingueva?
Roger Federer , Floyd Mayweather, Usain Bolt e Valentino Rossi sono dei fuoriclasse. Vedete delle somiglianze tra loro?
Dentro l’ottagono abbiamo avuto l’occasione di apprezzare grandi fuoriclasse tra i quali Anderson Silva, George St. Pierre, Fedor Emelianenko o più recentemente Demetrious Johnson e Jon Jones. Cosa hanno in comune?
Sono tutti diversi tra di loro. Alcuni hanno una forza disumana, altri sono dei geni, o sono più rapidi e potenti di chiunque altro, più caparbi, determinati, coraggiosi. Non importa. Non importa quale siano le tue doti o le tue motivazioni. Non importa cosa ti spinga ad andare avanti e non desistere o quel che ti permetta di essere più rapido, colpire più forte, incassare meglio o essere più preciso. Quel che conta sono i risultati.

Un fuoriclasse vince. Lo fa quasi sempre. Più di chiunque altro. E lo fa per molto tempo. Un fuoriclasse trova il modo di vincere, nei giorni buoni e in quelli meno, in forma o no, sano, dolorante o acciaccato. “Essere la migliore non basta,” spiegava AnnMaria De Mars, prima statunitense campionessa del mondo di judo, alla piccola Ronda Rousey, “devi essere la migliore nel tuo giorno peggiore”.

Il fuoriclasse è una spanna sopra tutti. Un campione vince, magari anche con un po’ di fortuna. Un fuoriclasse vince nonostante la sfortuna. Esiste un divario tale tra un fuoriclasse e chiunque altro che neanche una giornata no e un avversario al top della forma riescono a colmare la distanza che li separa.
È così che anche demotivato e logoro George Saint Pierre trovò il modo di sconfiggere la miglior versione di Johny Hendricks e difendere per la nona volta consecutiva il titolo dei pesi welter; è così che alcool e party non impedirono a Jon Jones di avere la meglio su Alexander Gustaffson o che nemmeno una costola incrinata e un Chael Sonnen dopato riuscirono a porre fine all’imbattibilità di Anderson Silva nell’UFC.

Un campione conquista un titolo. Un fuoriclasse di titoli ne vince vari, perché lui non è nella classe dei campioni, per definizione lui è fuori dalla classe, al di sopra anche di loro.
“Fuoriclasse – Di persona che ha qualità o dà prestazioni eccezionali, tanto da poter essere ritenuto al di sopra di ogni classifica,” cita il dizionario della Treccani.

Non è sufficiente vincere un titolo per dimostrare di essere un fuoriclasse. In 20 anni di titoli UFC, 74 campioni diversi hanno alzato la cintura al cielo, quasi 4 ogni anno. Tutti fuoriclasse? Naturalmente no.

Matt Serra è stato sicuramente un ottimo fighter e un campione, ma aver battuto contro ogni pronostico GSP nel 2007 per poi essere sconfitto al primo tentativo di difesa del titolo non fa certo di lui un fuoriclasse; né possono essere considerati dei fuoriclasse i vari Forrest Griffin, Rashad Evans, Lyoto Machida, Rampage Jackson e Shogun Rua, che nei 3 anni tra il 2007 e il 2010 si spartirono la cintura dei pesi massimi leggeri come un virus.

C’ha poi pensato Jon Jones a dimostrarlo spazzandoli via uno dopo l’altro con irrisoria facilità nei 2 anni successivi, ma non ce n’era bisogno, perché quando più fighter sono sullo stesso livello, quando nessuno è in grado di staccarsi dal gruppo e difendere il titolo per più di uno, due incontri, significa – per definizione – che nessun di loro è un fuoriclasse.
Insomma, per capire se un fighter è o no un fuoriclasse la prima domanda che dobbiamo porci è la seguente: quanti incontri valevoli per il titolo ha vinto?

Una doverosa digressione prima di continuare. Intendiamoci: distinguere chi sia un fuoriclasse e chi no è una questione di gusti, non è matematica. Ronda Rousey ha impiegato meno tempo a polverizzare la concorrenza e difendere il titolo per 5 volte consecutive che io a scrivere questo articolo. Era una spanna sopra le sue avversarie? Più probabilmente la distanza si misurava in parallassi.

Ciò nonostante di suoi detrattori non ne sono mai mancati e mai ne mancheranno. Discussioni interminabili sul perché sì, ma, no però. Argomenti solidi, risposte ragionevoli, insensate o sincere servono a poco: è una questione di opinioni e possiamo non essere d’accordo, ma non abbiamo né ragione né torto.
Per ottenere un consenso è necessario definire parametri oggettivi. Possiamo ad esempio stabilire che una persona è alta se supera i 177,8 cm (altezza media dell’uomo in Italia nel 2014) e la discussione su chi sia alto e chi no finisce lì. Oppure possiamo decidere che se ti aggrappi alla gabbia anche solo una volta o rifili una ditata nell’occhio al tuo avversario, l’arbitro ti toglie immediatamente un punto e porre così fine a inutili dibattiti.
Se l’obiettivo è ottenere una valutazione oggettiva, indipendente da opinioni e punti di vista, è imprescindibile che la discussione sia fondata su numeri e risultati: il resto sono solo chiacchiere.

I primi 15 lottatori UFC ordinati per numero di vittorie in match titolati.

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Se pensiamo ai più grandi talenti che abbiano mai messo piede dentro l’ottagono UFC, la presenza di certi nomi in questa lista (che include incontri per titoli interini) non sorprende nessuno, altri invece forse sì. E vale la pena chiedersi perché ci aspettavamo di vedere Anderson Silva e GSP figurare in questa classifica, ma magari non Tim Sylvia.

Uno dei motivi è senz’altro che le rare sconfitte accumulate dal brasiliano e da St. Pierre annegano come sassi in un oceano di trionfi e vittorie, mentre quelle di “The Maine-iac” si fanno ricordare tanto e forse ancor più dei suoi successi.
Ciò non significa che Sylvia non possa o non debba essere considerato un fuoriclasse, tuttavia è chiaro che il numero di vittorie in incontri per la cintura non può essere l’unico parametro degno di considerazione. È necessario anche analizzare il numero di sconfitte e la percentuale di vittorie per distinguere una straordinaria carriera da una magari solo molto più lunga.

Ecco quindi la classifica dei primi 15 fighter, con almeno tre cinture in bacheca, per percentuale di vittorie in incontri valevoli per il titolo.

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In questa lista spuntano nomi nuovi come quello di Jens Pulver e Conor McGregor (entrambi al 22º posto nella classifica anteriore), capaci di vincere ogni incontro per il titolo in cui abbiano partecipato. O anche Chris Weidman, Dominick Cruz e Ben Henderson, tutti fighters cui presto o tardi è stata attribuita l’etichetta del fuoriclasse.
Ma c’è modo e modo di vincere e la caratteristica che probabilmente più di ogni altra distingue un fuoriclasse è l’incontrastabile supremazia che dimostra combattendo. Nelle MMA tale dominio si può esprimere in vari modi durante un incontro, alcuni dei quali difficili da tradurre in numeri.

“Stai facendo un incontro incredibile e artistico. Guardarlo è bellissimo,” diceva Greg Jackson tra 4º e 5º round a Jon Jones, mentre dall’altra parte della gabbia Glover Teixeira ripeteva abbattuto e tumefatto al suo team “mi spiace, mi spiace, scusate.”
Parole che non lasciano dubbi sulla lezione che Bones impartì al seppur bravissimo brasiliano e lo spettacolo che offrì al pubblico, però impossibili da tradurre in dati statistici. Come esprimere con numeri l’indimenticabile sculacciata inflitta da Randy Couture a Tito Ortiz o il tedio neroniano di Anderson Silva di fronte al terrorizzato Demian Maia o la traversata da angolo ad angolo di un furente Matt Hughes con quel cattivone di Frank Trigg in spalla? A parte gli irripetibili 33 round consecutivi vinti da George St. Pierre, solo un altro dato oggettivo aiuta a rappresentare la netta superiorità di un fighter rispetto ai suoi avversari, anche se solo in parte come abbiamo capito: ko o sottomissioni. Li riassumiamo qui di seguito: la graduatoria dei primi 15 fighter dell’UFC per conclusioni prima del limite ottenute in match valevoli per il titolo.

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Che lo si apprezzi o meno, è innegabile che Conor McGregor profumi di fuoriclasse da tutti i pori. Eppure fatica ad apparire con risalto nelle classifiche presentate. Perché?
Perché per quanto pirotecnica sia stata sinora la sua ascesa, ha vinto meno incontri per il titolo della maggior parte dei lottatori citati finora (è al 22º posto, in ex aequo con altri 7). Parliamo di una carriera giovane ai più alti livelli, i cui risultati, dati alla mano, non sono molto diversi da quelli ottenuti dopo altrettanti match titolati da Renan Barão, Chris Weidman o Ronda Rousey.

Tutti atleti che fenomeni lo sono già stati e forse mai più lo saranno, la cui aura di invincibilità è stata intaccata dal tempo e da nuovi avversari preparatissimi, in grado di adattarsi al nuovo gioco e colmare quel gap che li separava. Questo perché il tempo è un test importante per chi brama la stigmate del fuoriclasse e certamente il più duro. Dare il tempo ai tuoi avversari di studiare come combatti, concedere loro l’opportunità di pianificare contromisure, di adottare strategie diverse, di crescere, adeguarsi e migliorare, e nonostante ciò riuscire a sconfiggerli comunque, per anni: confermarsi nel tempo è la sfida più difficile che solo pochissimi riescono a superare, solo i più grandi, solo i fuoriclasse.
McGregor ne ha tutti gli attributi necessari, anche perché ciò che lo rende tanto straordinario dentro la gabbia non è semplicemente il numero, bensì la frequenza con cui mette ko i suoi avversari: 16 volte su 18 incontri in carriera e 3 su 3 quando la posta in palio era la più alta, ossia per la cintura. Vediamo quindi quali sono i migliori fighter UFC in ordine di percentuale di conclusioni prima del limite in incontri valevoli per il titolo.

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Altri fattori meriterebbero forse di essere presi in considerazione.
L’età per esempio. Se infatti è plausibile ammettere che Jon Jones e Daniel Cormier siano entrambi all’apice della loro carriera, il primo ha tutte le energie di un giovane di 29 anni, mentre il secondo ne farà 38 in un paio di mesi ed è inevitabile – nonché inutile – chiedersi come sarebbe finita tra i due se avessero avuto la stessa età.
O anche la caratura degli avversari affrontati, perché sconfiggere Patrick Côté e Chris Cariaso non è lo stesso che battere José Aldo o DC.
Oppure il numero di difese consecutive del titolo, gli anni di regno o il numero di cinture in categorie diverse.
Insomma, le classifiche stilate potrebbero essere varie, di più, di meno o semplicemente diverse. Possiamo essere comunque certi che se il nome che cerchiamo, quello del nostro idolo, del nostro fighter preferito o dell’avversario più odiato appare con frequenza in siffatte liste o anche solo in quelle qui menzionate non siamo di fronte ad un campione, siamo di fronte ad un fuoriclasse. Lo dicono i numeri, il resto sono solo chiacchiere.

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