#WhenWeWereKings – Antonio Silva: dall’Olimpo in Strikeforce agli inferi in UFC, ascesa e caduta del ‘Bigfoot’

Chiunque abbia visto solo gli ultimi match di Antonio ‘Bigfoot’ Silva (19-10, 1 NC) può aver pensato solo una cosa: come ha fatto un fighter del genere ad arrivare nell’organizzazione più prestigiosa al mondo?

Per chi ha seguito però la mirabolante carriera del brasiliano, non è facile ingoiare il rospo e vederlo in queste condizioni. Troppo facile, troppo banale additarlo come un dopato. È questo lo stesso fighter che ha annichilito Fedor Emelianenko per poi perdere qualche anno dopo in 16 secondi contro un poco più che modesto Stefan Struve? Sì, è proprio lui. Anche se la testa rasata e il mascellone alla Antonio Inoki non sono più così evidenti, ora mascherati da una folta barba e i capelli sfrangiati in avanti, è davvero lo stesso uomo?

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Antonio Silva nasce a Brasilia e inizia a competere nel karate alla tenera età di 4 anni. A 12 aveva già guadagnato la sua prima cintura nera. Dopo 13 anni, quando compì il diciassettesimo anno d’età, Antonio iniziò a praticare Judo e BJJ.

Il brasiliano iniziò la sua carriera professionistica nel 2005, alla Wolfstair MMA, palestra con base nel Regno Unito. Nel 2006, a seguito del suo match contro Tadas Rimkevicius, la Wolfslair pretese (tramite il coach diretto di Silva, Mario Neto) che Bigfoot lasciasse il team e tornasse in Brasile. Il team accusò Silva di aver tenuto per sé 20.000 sterline; lui invece dichiarò di averne trattenuti solo 6.000, che gli spettavano come borsa per due match da 3.000 sterline ciascuno. Dopo aver iniziato ad allenarsi alla Brazilian Top Team, Silva si unì alla American Top Team di Coconut Creek, Florida (La ATT in origine venne fondata da alcuni esponenti che avevano lasciato la Brazilian Top Team). Si allenò anche presso la Imperial Athletics gym di Boca Raton, Florida, per il quarto di finale del torneo dei pesi massimi Strikeforce, dove avrebbe incontrato Fedor Emelianenko.

Silva comunque ebbe il suo debutto alla UKMMAC e sconfisse il georgiano Tengiz Tedoradze in appena un minuto e 14 secondi. Nei successivi sei match fu capace di ottenere sei finalizzazioni, di cui cinque KO/TKO e una sottomissione, anche se tramite pugni. Bigfoot competeva spesso nei super-massimi, categoria assente in UFC (fatto salvo alcuni selezionati incontri nel passato), ma presente in altre organizzazioni. Conquistò inoltre il titolo  pesi massimi in Cage Rage (defunta promotion inglese) contro Rafael Carino e il titolo super massimi in Cage Warriors quando, al suo quarto match pro, sconfisse il veterano Ruben Villareal. La prima sconfitta arriverà solo all’ottavo incontro, contro Eric Pele, buon fighter e tatuatore affermato. Dopo questa sconfitta Bigfoot inanellò altre sei vittorie di fila fra Elite XC – in cui vinse il titolo pesi massimi contro Justin Eilers – e Sengoku. Dopo aver conquistato il titolo nell’EliteXC, Silva venne trovato positivo allo steroide anabolizzante Boldenone, venendo sospeso per un anno e multato di 2.500 dollari della Commissione Atletica della California. La seconda sconfitta arrivò ai punti contro un agguerrito Fabricio Werdum, quando Silva fece il suo esordio in Strikeforce, per poi trovare la striscia positiva più significativa della propria carriera: Andrei Arlovski, Mike Kyle e ultimo ma più importante, un TKO sull’Ultimo Imperatore Fedor Emelianenko.

Il mondo delle MMA si inginocchiava davanti al secondo fighter capace di battere Fedor e al primo in grado di annichilirlo totalmente. 

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Silva avrebbe dovuto poi affrontare Alistair Overeem nella fase finale del torneo di Strikeforce che accoglieva i migliori pesi massimi allora presenti al mondo, ma Overeem dovette abbandonare a seguito di un infortunio e venne sostituito dall’attuale campione dei pesi massimi-leggeri UFC Daniel Cormier, che mise KO Silva al primo round. L’inizio della fine? Non ancora. All’esordio in UFC Silva subì un’altra sconfitta, stavolta contro colui che sarebbe divenuto campione dei massimi ben due volte, il compagno d’allenamento alla AKA di Daniel Cormier, Cain Velasquez. Il match fu una mattanza, l’esatto opposto di quello contro Fedor. Silva non poteva reggere contro la pressione continua di Velasquez, poco più di tre minuti contro probabilmente il miglior Cain che si sia mai visto nell’ottagono.

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Dopo la severa punizione subita, Bigfoot tornò in grande stile. Ribaltò ogni pronostico quando mise KO prima Travis Browne – infliggendogli la prima sconfitta in carriera – e poi Alistair Overeem nel match che sarebbe dovuto avvenire anni prima, guadagnando l’opportunità di combattere per il titolo contro lo stesso Velasquez che lo distrusse poco tempo prima.

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Neanche a dirlo il match si rivelò una fotocopia del primo, con l’atleta per metà americano e per metà messicano che raddoppiò la punizione per il brasiliano, annichilendolo in appena un minuto e 21 secondi.

Il match seguente fu un classico. Bigfoot ottenne un pareggio in una guerra premiata con gli onori del Fight of the Night contro Mark Hunt. Il match fu poi trasformato in un No Contest a causa della positività di Silva al testosterone. Ve detto che Silva ha una disfunzione fisica che gli causa un livello di testosterone molto basso. Non è una giustificazione, ma un fatto che merita di essere riportato. Secondo il manager del brasiliano infattiil risultato di positività è stato causato dall’uso di Novadex, farmaco utilizzato per alzare i bassi livelli di testosterone causati dall’acromegalia.

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È da qui inizia la fase calante per Silva. Perde al primo round contro Arlovski in un rematch, subisce un intervento per l’asportazione di un tumore all’ipofisi. La caratteristica faccia con mandibola pronunciata, insieme a mani e piedi sovradimensionati, non sono solo tratti somatici che rendono poco attraente Silva, sono appunto caratteristiche della vera e propria malattia che lo affligge: la acromegalia. Lo spirito guerriero di Silva non si placa, anche se il suo corpo sembra averne già abbastanza: dopo il match contro Arlovski, ne perde altri quattro su cinque, prima contro Frank Mir, interrompendo la striscia negativa con una vittoria su Soa Palalei. Le successive e ultime tre apparizioni, rispettivamente contro Mark Hunt, Stefan Struve e Roy Nelson, durate in totale 13 minuti e sette secondi, ne evidenziano il totale decadimento fisico. Il gigante assassino che calcava l’ottagono e metteva in difficoltà anche i migliori è diventato un gigante d’argilla. Lo stesso Struve, che è parso incredibilmente potente con un singolo colpo, non avrebbe potuto mai sperare di avere la stessa fortuna con Silva al suo meglio. Il tempo di ‘Piedone’ è finito. La parabola discendente deve essere giunta al suo termine. È un peccato aver visto un campione come lui lottare per i massimi allori, sfiorare l’Olimpo e poi cadere rovinosamente in quello che è stato un Volo di Icaro che si è concluso con la peggiore discesa negli inferi. Chi ha visto il miglior Bigfoot se ne ricorderà a lungo, implacabile, non di certo imbattibile, di sicuro temibile, temuto e rispettato. La versione attuale non è nemmeno l’ombra del killer con la faccia da Moai dell’Isola di Pasqua. L’augurio per Antonio Silva, per quanto doloroso, è quello del ritiro. Magari il gigante brasiliano potrebbe trovare un po’ di serenità da coach o da aiutante. Il presente scritto non vuole essere una mancanza di rispetto, bensì un’esaltazione al guerriero di un tempo che ha lasciato il posto a un attempato e acciaccato peso massimo a cui rimane ben poco da dire anche se ha ripetutamente smentito le voci di un suo ritiro. Padre Tempo non si batte, ma le imprese dell’uomo vengono ricordate. Non ha senso rovinarle con tentativi vani di dimostrare qualcosa che per cause di forza maggiore non può più essere dimostrato.

Di Giovanni Bongiorno

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