#WhenWeWereKings – Genki Sudo, Who’s The Neo Samurai?

“Chi è l’atleta grazie al quale ti sei appassionato alle MMA?”.

La domanda che tutti ci facciamo quando parliamo di arti marziali miste. Tutti se la pongono. Da questa, addirittura, si traccia un profilo dell’interlocutore.

Quando ancora le MMA erano note al mondo con il nome di Free Fight oppure di Vale Tudo, vidi quasi casualmente nella collezione di mio zio, uno dei tanti match che poi sarei tornato a rivedere e studiare, e a cui sarei rimasto legato a vita da una passione imprescindibile.

Entra in scena un uomo, un giapponese, in una maniera che definire singolare sarebbe ancora troppo poco. Un costume da sciamano; accanto a lui, un insieme di persone che danza in una sincronia che rapirebbe il più freddo degli spettatori.

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Estasi totale.

Non capivo ancora bene se stessi per vedere un match di arti marziali o un incontro delle varie WWE e WCW.

L’uomo rimuove l’imbracatura, quasi una corazza, e rimane un individuo sui venticinque, con dei vistosi tatuaggi, uno dei quali mi attrasse particolarmente: una grande fenice maori sulla schiena.

In quel momento, senza neanche vederlo combattere, credo d’esser diventato un fan di Genki Sudo.

Ad aspettarlo sul ring, un uomo che non aveva bisogno di presentazioni, ma che io ancora non conoscevo, di cui avrei scoperto molto di lì a poco: Royler Gracie.

Genki ha una strana guardia, una maniera di combattere non ortodossa, una di quelle che ti fa pensare che o è un matto qualunque che si butta al macello, oppure sa esattamente quel che fa.

Ecco, Genki Sudo appartiene indubbiamente alla seconda categoria.

Dopo quello che sembrava essere impostato come un match di grappling, passati appena un paio di minuti, i due convergono al centro del ring, con Sudo su Gracie, in quella che sembra essere il principio di una Front Guillottine. In tutto ciò, Royler cerca di sfuggire alla presa, ma nel fare il movimento all’indietro, lascia basse le mani. Una manna per ‘The Neo Samurai’, che ne approfitta per doppiare una ginocchiata al viso e chiudere il tutto ‘in brutal fashion’ con un paio di pugni sul volto di Gracie che, ormai a terra, sputa il paradenti. L’arbitro ferma così l’incontro.

Fu così che conobbi Genki Sudo.

In realtà, il giapponese aveva esordito tempo prima nella federazione “Pancrase”, sconfiggendo Kosei Kubota per decisione unanime dei giudici. Nel dicembre 2001, Sudo combatté in Rings contro Kenichi Yamamoto. I due avevano scommesso, come puro atto umano e senza autorizzazione di Zuffa, la cintura UFC di Yamamoto. Sudo vinse per rear-naked choke e Yamamoto mantenne la promessa, consegnandogli la cintura. Sebbene i media lo celebrarono come “il Campione Giapponese UFC”, Zuffa non gli riconobbe mai questo titolo, ma ne riconobbe il valore, chiamandolo a combattere in UFC.

Impavido e temerario, Sudo accettava anche match con grandi differenze di peso. Ricordo ancora il suo match con Eric Esch, ai più noto come “Butterbean”, ex campione di pugilato nella categoria super-heavyweights sotto la sigla IBA.

Heel Hook dopo 41 secondi, dopo diversi giri forsennati intorno al suo avversario, per evitare i pugni successivi al primo, che aveva assaggiato e che gli aveva fatto capire che la chiave per la vittoria sarebbe stata l’astuzia.

Numerose le sue vittorie contro atleti che fino a poco tempo fa erano considerati l’élite delle MMA dell’epoca, e va considerato che parliamo appunto dell’epoca che introdusse le MMA al mondo.

Fra le sue “notable wins”, si annoverano atleti come “The Angel of Death” Damacio Page, Mike Thomas Brown nell’ultima comparsa del giapponese in UFC, Nate “The Great” Marquardt (quando era ancora davvero The Great, e con notevole differenza di peso fra i due), Hiroyuki Takaya, Ramon Dekkers e Royler Gracie.

Fu bruciante la sconfitta in UFC, per decisione divisa dei giudici, contro Duane “Bang” Ludwig, in un match tuttora definito “molto controverso”, vista la decisione finale.

Al di là delle sue abilità di indubbio spessore, il suo carisma lo portò a farsi conoscere e a combattere in federazioni quali “Pancrase”, “UFC”, “K-1 Hero’s” e “K-1 Dynamite!”, oltre alle due vittoriose comparse in “Rings”.

L’amore per lo show, per l’entertainment era grande. Molto grande. Talmente grande da fargli prendere una decisione che sarebbe stata definitiva, almeno finora, nella sua carriera.

Dopo aver sottomesso Damacio Page con una Triangle Choke, il 31 Dicembre 2006, durante il K-1 Dynamite!! 2006, Genki Sudo annunciò il suo ritiro dal mondo delle MMA per dedicarsi ad un’altra delle sue passioni: l’intrattenimento, che porta sui grandi palchi con le sue coreografie musicali.

Crea così il World Order, compagnia musicale e di entertainment, con artisti che spesso lo aiutavano nelle coreografie per le sue entrate sul ring.

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Il suo motto è sempre stato “We are all one”, “Siamo tutti una cosa sola”, chiara esplicazione del carattere umano di Sudo, oltre ogni barriera nazionale e razziale, cosa che non si stancava mai di ripetere, così come non si stancava di sfoggiare il suo striscione con il suddetto slogan e tutte le bandiere del mondo allegate, alla fine di ogni suo incontro.

Si ritirò nel 2006, a soli 28 anni, con un record di 15 vittorie, 4 sconfitte e 2 pareggi e conserva un posto speciale nel mio cuore, come, scommetto, nel cuore di ogni appassionato di MMA che lo ha visto combattere ed evolversi, col suo stile non ortodosso e spettacolare, dentro e fuori dal ring.

Figura ancora, negli aficionados, il desiderio di improbabile realizzazione di vederlo sul ring (o meglio, adesso nell’ottagono) qualche altra volta.

Ma come ogni campione che si rispetti, probabilmente, Genki Sudo ha azzeccato anche il momento in cui fermarsi, trafiggendo il cuore di ogni suo fan, ma ritagliandosi un posto nella storia mondiale di quelle che sono le Arti Marziali Miste.

Di Giovanni Bongiorno

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